05 set 1944   -   MARTIRIO di PADRE ELIGIO BORTOLOTTI

p. Eligio in vacanza a Molina di Fiemme P. Eligio Bortolotti figlio del maestro Francesco Bortolotti di Molina di Fiemme nacque il 28 ottobre 1912 a Por nel comune di Pieve di Bono, dove suo padre prestava servizio come maestro elementare e fu battezzato il 31 dello stesso mese. A Por rimase un anno e mezzo, perché allo scoppio della prima guerra mondiale il padre dovette partire per il fronte e la mamma Maria con il figlio tornò a Molina di Fiemme nella casa di Predaia.

A Predaia Padre Eligio trascorse la sua infanzia. Ritornato dalla guerra nel 1920, il padre fu maestro a Segonzano e con la sua famiglia tornava a Predaia nel periodo delle vacanze estive.

Il giovane Eligio nutriva l’idea di diventare missionario e nel 1925 incontra un padre della Congregazione dei Padri Giuseppini di Asti, tramite il quale Eligio viene accolto come aspirante nel collegio di Asti il 5 ottobre dello stesso anno.

Nel 1930 la gioia della Professione dei voti religiosi fu per lui amareggiata dalla morte del padre. Giovane studente Eligio è ricordato intelligente ed espansivo, che brillava per le sue qualità umane e per l’impegno nello studio, conosceva bene il latino, il greco e l’ebraico e parlava correntemente il francese e il tedesco.

Il 1 agosto 1937 fu consacrato sacerdote nel Santuario di S. Giuseppe ad Asti. Il 15 dello stesso mese celebrò la sua Prima S. Messa nella nostra chiesa parrocchiale di S. Antonio di Padova con la partecipazione di tutta la popolazione di Predaia e Molina, e con grande commozione della mamma Maria e dei fratelli e sorelle, Irma, Romualdo, Olga e Celestino. Nell’ottobre dello stesso anno i superiori lo mandarono nella comunità dei Padri Giuseppini di Sesto Fiorentino e alla fine del 1938 fu incaricato come giovane parroco della vicina parrocchia di Querceto.

Il suo ideale era stato sempre quello di dedicarsi all’apostolato missionario, tuttavia accettò il non facile compito di parroco con entusiasmo e con zelo. Infuse subito nella parrocchia il suo spirito giovanile ed innovatore; ne danno testimonianza l’erezione del fonte battesimale, la scuola di dottrina cristiana, l’organizzazione delle associazioni cattoliche, l’abbellimento della chiesa, l’adattamento dei locali di ricreazione e la pubblicazione del periodico mensile "L’amico di Querceto".

Le cure pastorali non lo avevano mai distolto dai suoi amati studi e, mentre svolgeva la sua missione di parroco a Querceto, frequentava a Firenze la facoltà di lettere, nell’intento di conseguire la laurea: L’Università di Firenze, per onorarne la memoria, gli conferirà poi la laurea "ad honorem".

Ogni anno trascorreva nella casa di Predaia un periodo di riposo e quello era un mese di gioia per lui e per tutti i suoi cari: Amava la montagna, la sua casa, la sua gente; le lunghe gite, spesso solitarie, erano per lui motivo di meditata contemplazione. Fu a casa per l’ultima volta nell’estate del 1943 e la sorella Olga aveva avuto da poco il primo figlio. Amava molto la sua famiglia e da Querceto scriveva frequentemente a casa e le sue lettere erano sempre affettuose.

Nell’estate del 1944 i cannoni tuonavano sui colli fiorentini. L’esercito tedesco, in successive tragiche ritirate, stabilisce le sue prime linee nelle immediate adiacenze della chiesa di Querceto. P. Eligio nel suo ultimo scritto del 31 agosto 1944 si augurava che il conflitto avesse termine al più presto.

In quei giorni p. Eligio andava per le strade della sua parrocchia, si fermava tra la gente, incoraggiava, consolava, scherzava con i fanciulli regalando una caramella ed una carezza. Il suo viso sorridente e sereno, le sue parole infondevano negli animi oppressi e preoccupati, fiducia e speranza. Spesso e anche di notte la gente lo chiamava: "Padre venga presto! Ci sono i tedeschi in casa, ci portano via tutto... Non si capisce nulla..." ed egli correva in difesa di chiunque fosse minacciato, conosceva bene il tedesco e si prodigava per ottenere che gli ammalati venissero esonerati da duri lavori e che, uomini già destinati ad essere deportati, potessero tornare liberi alle loro case. Nei locali della canonica aveva dato ospitalità ad alcune famiglie sfollate, aveva consentito a qualcuno di nascondersi nel soffitto della chiesa durante i rastrellamenti. Molti furono i suoi provvidenziali interventi.

Negli ultimi giorni di agosto i tedeschi ordinarono agli abitanti della zona attorno alla chiesa di evacuare e di lasciare aperte le case. Di fronte a questa rischiosa situazione il superiore dei padri Giuseppini aveva esortato p. Eligio a lasciare Querceto, ma egli aveva risposto di voler rimanere con il suo popolo. Numerosi sfollati si rifugiarono in due conventi delle suore, dove anche p. Eligio trascorse alcune notti nel frantoio. La mattina durante la messa raccomandava a tutti, agli uomini in particolare la massima prudenza per evitare che i tedeschi li sorprendessero, poi se ne andava per il paese a confortare e aiutare chiunque fosse in difficoltà:

Sabato 2 settembre p. Eligio dice alle famigli nascoste: "Se volete andare via adesso, potete farlo: a Sesto Fiorentino sono arrivati gli Inglesi". Gli rispondono "Perché non va via anche lei?". "Andate via tutti? - risponde - Se andate via tutti vado anch’io, ma finche rimane anche una sola persona a Querceto, io rimango qui".

P. Eligio conosceva bene la lingua tedesca e più di tutti doveva avvertire la dura e amara realtà di quei giorni: Ma il suo grande cuore e il suo ottimismo cristiano lo portavano a dire che in fondo anche i soldati tedeschi non erano poi così cattivi come la gente credeva; erano vittime anche loro di fanatiche ideologie. Nella mattina della domenica 3 settembre, dopo una notte di pioggia incessante parlò con i soldati tedeschi che sostavano in permanenza, con le loro mitragliatrici, vicino alla chiesa e poi raccontò: "Ho veduto quei poveri diavoli tutti bagnati, infangati... poveretti! Ho detto loro che sono pronto ad aiutarli, ad accoglierli in casa, se vogliono arrendersi e fuggire. Tanto che fanno? Ormai...".

Incalzati dalle formazioni partigiane e alleate, i tedeschi si stavano ritirando sulle colline più alte. La gente continuava a passare la notte nei due conventi, e gli uomini, temendo la deportazione, stavano sempre nascosti.

La mattina del 4 settembre un partigiano, incaricato dal Comitato di Liberazione Nazionale, va a cercare p. Eligio per chiedergli se è disposto a mediare con i tedeschi: se si fossero arresi, sarebbero stati consegnati agli alleati senza spargimento di sangue. Il partigiano incontra il Padre che sta andando ad assistere un malato; insieme si incamminano per la strada mentre due tedeschi da una finestra, con la mitragliatrice puntata verso la strada, li osservano.

Verso le ore 10, quasi furtivamente, va in canonica a cercare p. Eligio un soldato tedesco di nome Tony che, sia con lui che con le famiglie, si era sempre mostrato umano e cordiale. Non trovatolo, rimane turbato, forse cercava di salvare il "Pastore", come essi lo chiamavano. Verso le 11.30 si presentano altri due soldati tedeschi, probabilmente hanno l’ordine di arrestarlo, ma non trovatolo, comunicano che al suo ritorno si presenti al comandante che desidera parlargli. Tony, che era rimasto nelle vicinanze, al vederli fa un gesto sconsolato con le braccia.

Secondo alcune testimonianze p. Eligio, rientrato in canonica ed informato di quanto era accaduto, si presentò spontaneamente al Comando. Secondo altri furono gli stessi due tedeschi a cercarlo e, incontratolo lungo la strada, lo scortarono alla sede del Comando tedesco.. Qui fu interrogato e torturato.

La gente, non vedendolo tornare, si fece inquieta, chiedeva ai tedeschi dove fosse, le risposte furono tranquillizzanti, qualcuno raccontò la storia di un soldato tedesco ferito che aveva chiesto l’assistenza del Pastore.

Incominciava invece il calvario della vittima. Verso le 4 del pomeriggio fu condotto alla Villa Daddi, sede del Comando superiore. Per la strada incontrò due donne e passando al loro fianco sommessamente disse: "Vado alla fucilazione". Nel frantoio della villa trascorse la sua notte di agonia.

Nella mattina del 5 settembre i tedeschi costrinsero due deportati a scavare una fossa vicino al torrente. Verso le ore 11, allontanati tutti i civili della zona, i tedeschi presero p. Eligio, lo condussero alla fossa, forse gli bendarono gli occhi con un cencio che poi fu trovato lì vicino, quindi lo uccisero: sei colpi al petto e due alla testa. Gettatolo nella fossa e ricoperto con poca terra, se ne tornarono al loro accampamento e fecero baldoria. Per tutto il pomeriggio impedirono alla gente del posto di uscire di casa.

In quella stessa sera due sottufficiali tedeschi dissero ad un giovane di un paese vicino: "Oggi, ore 11, avere ucciso Pastore. Grande spia. Incitare tedeschi alla rivolta. Quando morire baciare il Crocefisso.

Egli aveva infatti con sé un Crocefisso di metallo che usava per confortare e benedire gli infermi. Fu anche il suo ultimo conforto, l’unico amico delle sue ultime ore di vita.

Ritiratisi precipitosamente i tedeschi, la domenica mattina 10 settembre, su indicazione di uno dei deportati che avevano dovuto scavare la fossa, fu ritrovata la salma che, trasportata alla chiesa, venne pubblicamente esposta. Il giorno seguente, ai solenni funerali tutto Querceto manifestò con imponente dimostrazione il suo affetto al caro p. Eligio. Ora il suo corpo riposa nel cimitero comunale di Sesto Fiorentino, nella tomba che i fedeli vollero sempre decorosa; a ricordo del suo sacrificio, sul luogo dove venne fucilato, è stata eretta una croce marmorea.

La gente di Querceto non lo ha mai dimenticato, custodendo e tramandando innumerevoli particolari della sua generosa vita apostolica, onorandone la memoria in tutti i modi. A lui è intitolata la strada che porta alla chiesa e la Scuola Elementare di Querceto.

A Molina di Fiemme il suo riccordo è stato in qualche modo adombrato dall'eccidio del 3-4 maggio 1945, quando ci furono 31 vittime e distruzioni causate dai partigiani e dai tedeschi in ritirata. Comunque in suo ricordo è stata collocata una targa sulla casa paterna, una lapide nel cimitero comunale e la parrocchia di Molina di Fiemme a p. Eligio ha intitolato la sala parrocchiale nel 50o anniversario della sua morte.

frate Angelico Boschetto

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