|
Scritti e testimonianze sul Lager di Bolzano pubblicato sul Sito dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - A.N.P.I. Quintino Corradini
Quintino Corradini, nome di battaglia "Fagioli", è nato a Castello di Fiemme l’11.10.1924. Entrato nelle formazioni partigiane che operavano in Val di Fiemme nell’aprile del 1944, fu catturato nel dicembre dello stesso anno e internato nel blocco celle del Lager di via Resia. L’intervista a Quintino Corradini è stata raccolta il 29 settembre 1998 da Giorgio Mezzalira e da Lionello Bertoldi.
Il gruppo di resistenti della Val Cadino fu organizzato con una prima piccola cellula di cui facevamo parte io e un amico d’infanzia: Bruno Frank. Frank, figlio di un optante per la Germania, era stato arruolato dall’esercito del Reich e mandato in Jugoslavia per essere addestrato nella lotta antipartigiana, prima di essere spedito in Russia. Aveva all’epoca 21 anni. Quando capì che sarebbe finito a combattere in Russia, scappò. Arrivato clandestinamente in paese, a Molina, andava dicendo di essere in permesso di licenza. In realtà aveva disertato. Dopo una settimana, o quindici giorni, i gendarmi di Cavalese lo mandarono a chiamare. Da quel momento, visto che anch’io dovevo essere arruolato nell’esercito del Reich e la stessa sorte riguardava pure suo fratello minore, Tullio, decidemmo di darci alla clandestinità. cercammo subito di costruire dei collegamenti. Io avevo un cugino socialista, che aveva fatto nove anni di confino per attività antifascista. Si chiamava Silvio Corradini, detto "Riboldi", aveva fatto il tranviere a Milano ed era stato arrestato ancora negli anni Venti, nel periodo 1923-1924, per aver distribuito clandestinamente volantini in tram; fu confinato a Pisticci. Poi conobbi Armando Bortolotti, detto "Mando", un comunista che lavorava come operaio a Bolzano a scavare ghiaia sul Talvera per la costruzione delle nuove case vicino al Monumento della Vittoria. Il Mando, che sarà poi comandante della nostra brigata "Cesare Battisti", conosceva compagni a Bolzano; Riboldi, futuro commissario politico, conosceva compagni a Trento. cominciarono a prendere contatti, spargendo la voce che eravamo entrati nella clandestinità.1 Eravamo nel febbraio-marzo del 1944. Da Trento e Bolzano arrivò subito la conferma dell’appoggio a noi tre e ad altri due amici che si erano nel frattempo aggiunti. Il primo aprile del 1944 partimmo con lo zaino, una coperta, un po’ di roba da mangiare - presa da casa nostra - per raggiungere la malga Caseratte, con ancora un metro di neve. Gli aiuti da Trento e Bolzano arrivarono subito. A Cavalese, intanto, avevano formato il CLN.2 Da Borgo Valsugana organizzarono un collegamento con staffette e anche a Trento si mobilitarono per l’organizzazione del gruppo. Ci raggiunsero Manlio Silvestri, nome di battaglia "Giovanni Monteforte",3 che doveva essere un funzionario politico di brigata, amico e collaboratore di Mario Pasi.4 Entrammo in contatto con Mascagni,5 che manteneva i rapporti tra Trento e Bolzano. Era quest’ultimo che ci faceva arrivare le armi da Ora, col trenino della Val di Fiemme. Mentre attraverso il capitano Marangoni,6 del gruppo dirigente del CLN di Cavalese, ci arrivavano i viveri. Obiettivo strategico delle azioni partigiane era la linea ferroviaria del Brennero. Il nostro gruppo in montagna in poche settimane era considerevolmente aumentato, fino a raggiungere circa le 35 unità. Arrivavano da Trento e da Bolzano ed erano per la maggior parte renitenti. Il 20 aprile ci spostammo per piantare il campo più in alto, a un’ora di cammino dalle Caseratte, in una montagna da cui si poteva controllare il passo Manghen e tutta la Val Cadino. Non avevamo però fatto i conti con la presenza tra le fila partigiane di una spia della Gestapo, infiltratasi a Trento, che a sua volta aveva portato nel nostro gruppo in montagna un altro delatore. Era un mantovano di nome Bruno Gherardi, nome di battaglia "Marinaio". Fu Silvestri, non a conoscenza che questi fosse una spia, a presentarcelo come partigiano. Gherardi rimase quindici giorni in montagna con noi. Era un delinquente, perché andava giù per la Val Calamento a far dispetti ai contadini, affinché covassero odio nei confronti dei partigiani. Inutile dire che i rapporti con i valligiani erano ottimi, avendo noi tutti assicurata l’assistenza logistica dai CLN. Proprio per questo suo comportamento da non-partigiano Gherardi fu oggetto di discussione in un consiglio, che si tenne tra una ristretta cerchia di noi e il comandante commissario. Ci fu chi si dichiarò per la sua fucilazione. Ma per fucilare un partigiano si doveva avvisare Trento, perché doveva essere celebrato un processo. Il problema era che non c’erano sufficienti prove per smascherarlo. Improvvisamente Gherardi sparì; scappato. Il 23 maggio del 1944, dopo circa dieci giorni dalla sua fuga, iniziò il rastrellamento: erano circa le sette di mattina e a guidare quel gruppo di armati,7 c’era proprio lui. Venivano dal passo del Manghen e avevano nel frattempo catturato sia Silvestri che Angelo Peruzzo, un altro partigiano di Borgo Valsugana. Ci accerchiarono, proprio nel momento in cui i due fratelli Frank stavano salendo dalla malga Cadinello con un carretto di rifornimenti per il gruppo. Mentre il carro saliva, i tedeschi spararono le prime raffiche per intimare l’alt. Bruno Frank saltò in una gola per ripararsi dagli spari e Tullio, nome di battaglia "Ras", cercò di raggiungere la staffetta dei compagni, che nel frattempo erano stati mandati a scortare i rifornimenti, per avvisarli dell’arrivo dei tedeschi. Seguirono altri spari che raggiunsero uno della staffetta, il Mendini, poi ucciso con un colpo di pistola dell’ufficiale tedesco. Mentre la manovra di accerchiamento si stringeva, io riuscii a trovare rifugio in mezzo ai cespugli e lì restai, fino a quando, verso le cinque di pomeriggio, vidi salire i tedeschi per passo Manghen in marcia di ritorno verso Trento. A quel punto, ormai solo, decisi di raggiungere la baita del nostro campo...era già in cenere. Piano, piano, scesi verso un’altra malga e la mattina seguente mi avvicinai al paese. La stessa cosa fecero quelli che erano scampati al rastrellamento; il gruppetto di partigiani di Molina, composto da una decina di persone più due di Anterivo, andava verso il paese, come me, mentre il gruppetto di quelli della Valsugana si dirigeva verso quella valle. Per caso riuscii ad incontrare i compagni di Molina. Nessuno di noi sapeva che fine avessero fatto gli altri. Solo dopo la guerra venimmo a conoscenza che alcuni dei nostri erano stati arrestati e che cinque di questi erano stati condannati a morte dal Tribunale Speciale per la Zona delle Prealpi8 il 25 luglio del 1944. Tre dei condannati a morte - Silvestri, Bortolotti e Peruzzo - furono impiccati nella piazza di Sappada di Cadore. Tullio Frank, allora diciannovenne, fu fucilato a Fonzaso. Non va dimenticato che suo padre, optante per la Germania, aveva rifiutato di chiedere la grazia per suo figlio, dicendo che aveva sbagliato e che doveva pagare per questo. Il quinto, Alberto Del Favero, ventenne, fu graziato e deportato in Germania. I luoghi delle esecuzioni non venivano scelti a caso; i partigiani venivano giustiziati là, dove c’erano state azioni contro i tedeschi. Tornando agli avvenimenti del maggio 1944, decidemmo di rientrare alle nostre case. Il giorno dopo, il 25 maggio, ci fu un nuovo rastrellamento; questa volta in paese. Tutti credevamo di essere al sicuro, ma evidentemente i tedeschi erano stati informati. Il "Mando" fu arrestato, mentre era a letto con il mitra vicino, in casa dei signori Tomasi, che abitavano vicino a casa mia. Poi toccò a me. Mio papà mi chiuse in casa e scese in stalla. Sentivo che giù parlavano in tedesco. Qualcuno poi chiese in italiano: "Non avete visto Corradini Quintino andare e venire da casa?" Mio papà rispose che non mi vedeva da ormai due mesi. Capito che le SS mi stavano cercando, mi rifugiai con ancora tutto il mio armamento in una stanzetta intercomunicante e abbastanza nascosta, che non si usava quasi mai. Perquisirono dappertutto, ma non mi trovarono. Mio papà, settantaquattrenne, fu arrestato come ostaggio e insieme a lui: il farmacista Franzelin, Degiampietro, Gino March. Tutti trasferiti su un mezzo delle SS nelle carceri di via Pilati a Trento. Gino March venne poi deportato in Germania. Il 26 o 27 maggio, mio papà e Degiampietro, gli ostaggi, furono trasferiti a Bolzano e occupati nei lavori per la sistemazione del Lager di via Resia in allestimento. Degiampietro mi disse, a guerra finita, che lui e mio padre furono di fatto i primi due internati. Nel campo in allestimento c’erano anche altri lavoratori, questi però liberi, forse di un’impresa di Bolzano. Loro due rimasero lì a lavorare circa per 15-20 giorni, poi furono riportati a Trento e liberati. Io, Bruno Frank e "Riboldi", scampati al rastrellamento, decidemmo di riprendere i collegamenti con Cavalese, ma la situazione era critica: colpita l’organizzazione e arrestato il conte Manci.9 Passammo un periodo di crisi; ci mancava l’assistenza logistica e anche politica. Dopo ci riorganizzammo con l’aiuto di forze che venivano da Bolzano: ricordo Marco Zadra e "Avio".10 Visto che la formazione partigiana "Cesare Battisti" ormai era stata disfatta - eravamo rimasti solo noi tre - entrammo a far parte del battaglione "Fabio Filzi" comandato da "Avio". Ci incontrammo alla malga Regnana in Val di Pinè. Eravamo accampati a Costalta in una tenda. La prima nostra azione fu l’attacco alla caserma dei carabinieri di Molina nell’agosto del 1944. L’ordine venne da Trento.11 Si era a conoscenza che il maresciallo Gualtieri, comandante di quella caserma, era una spia e un collaboratore dei tedeschi. Avevamo, inoltre, bisogno di armi. Accerchiammo la stazione dei carabinieri e intimammo la resa. Ci fu una sparatoria e nel corso dell’attacco "Avio" rimase ferito; anch’io riportai una ferita all’occhio destro, che più tardi persi totalmente. Alla fine il maresciallo si arrese e fu preso in consegna da cinque partigiani. Io, Alfredo Reich e Sandro Bonvicini12 - il gruppo era formato da otto uomini - rimanemmo ad assistere "Avio", che aveva perso i sensi. Mandammo una staffetta in bicicletta a Bolzano, Arturo Corradini "Nanchio", perché Bonvicini era in contatto con i medici dell’ospedale. Il compito della staffetta era quello di comunicare che avevamo bisogno urgente di una crocerossa per "Avio". Alle 11 di sera "Nanchio" era a Bolzano. Intanto io andai a prendere un carretto a due ruote con sopra un tavolone e cercai di procurare un materasso, per adagiarvi "Avio". Più tardi venni a sapere che il maresciallo era stato ucciso nella concitazione determinata dall’arrivo di un camion sulla strada di Molina, che si credeva trasportasse le SS avvertite del fatto. Con il carretto portammo "Avio" in un luogo sicuro, il maso della Giuditta da Zisa, nella speranza che la crocerossa arrivasse presto, almeno verso le 3 o le quattro di mattina. Era il tempo utile calcolato affinché i tedeschi riallacciassero le comunicazioni, che noi eravamo riusciti ad interrompere. Tenemmo in nostra custodia "Avio" fino alle 5 di mattina, quando per noi era ormai tempo di decidere sulla sua sorte. L’impegno tra noi era chiaro; nel caso di feriti gravi non restava che il colpo alla nuca. Ma chi ne aveva il coraggio? Bonvicini disse: "Io non lo uccido"; il Reich: "Neanch’io" e io tantomeno. Così decidemmo di portarlo vicino al cimitero di Stramentizzo, dove lo lasciammo, mentre noi cercavamo un riparo sicuro. La crocerossa arrivò tra le sette e le otto di mattina e fu fermata dai tedeschi, che nel frattempo avevano già iniziato a pattugliare il paese. "Avio" fu preso. Il nostro gruppo decise di sciogliersi, perché non eravamo in grado di far fronte alla caccia dei tedeschi e all’inverno. Io, con Frank e Reich, restammo nella zona di Molina presso il maso di Sabina Ventura, una parente di Bruno. Il 24 dicembre i tedeschi bloccarono le strade della Val di Cembra, pensando che alcuni partigiani potessero rientrare nelle loro case. Quel giorno qualcuno bussò alla porta del maso: la polizia. L’anziano padre di Sabina aprì. Io e Bruno, da poco entrati in casa, avevamo appena finito di cenare ed eravamo scalzi. Pensavamo che ci avessero seguiti e visti entrare. Di corsa io e Bruno raggiungemmo la finestra, dalla quale saltammo, mentre partiva una raffica dal mitra del sergente del CST (Corpo di Sicurezza Trentino)13 Camin. La polizia in realtà non cercava noi; avevano bussato a quella casa solo per chiedere, se potevano utilizzarla per il cambio turno delle pattuglie. Mentre Bruno aveva trovato la fuga, io nella caduta dalla finestra mi ruppi una gamba: doppia frattura al femore. Mi trovarono disteso e dolorante per terra. Con insulti e pedate mi dissero di alzarmi. Impossibile. Mi presero e mi portarono in casa. Iniziarono con l’interrogatorio e le torture. Ma non ero l’unica vittima; tutta la famiglia Ventura era oggetto delle "cure" dei due del CST. Con il calcio del fucile pestavano forte sulle unghie dei piedi. Volevano sapere tutto. Mi fecero dapprima sdraiare per terra e, per farmi parlare, il sergente seduto su una sedia, mi sparava dei colpi di mitra vicino alla testa. Poi vennero a prelevarmi con un carrettino tirato da un cavallo e da un asino. Sabina Ventura e l’anziano padre finirono nelle carceri di Trento. Alle 11 di sera, con la luna piena, senza scarpe, in camicia e calzoni, mi portarono nell’edificio delle scuole di Castello di Fiemme, dove era sistemato il comando di polizia. Sotto interrogatorio fino alle tre di mattina. Anche qui volevano sapere tutto. Io gli raccontai una sfilza di balle. Finito l’interrogatorio mi trasportarono, sempre in carretto, nel carcere di Cavalese. Il giorno dopo il carceriere mandò a chiamare il medico condotto, perché urlavo dal dolore. Il medico, il dottor Bernardi di Cavalese, disse che non c’era niente da fare, solo tranquillanti e morfina. Nella settimana tra Natale e Capodanno vennero su due della Gestapo di Trento per interrogarmi, in Gendarmeria a Villa Edera. C’era anche un interprete. Durante l’interrogatorio ricevetti pugni e pedate, ma non fui torturato; non ero neanche nelle condizioni di venir torturato. Il primo gennaio 1945 alle 7 e mezza di mattina arrivò la carrettina della polizia di Castello di Fiemme, tirata da un cavallo e un mulo: la stessa carrettina, lo stesso cavallo, lo stesso mulo, che avevano requisito durante il rastrellamento in Val Cadino e che portavano i nostri rifornimenti. Mi sdraiarono sul carretto e mi diedero una coperta; partimmo verso Bolzano. Alle 8, a Cavalese, passando davanti ad un bar, qualcuno chiese di far sostare il carretto per un momento: "Fermatevi, che almeno porto un caffè al Fagioli". Via; niente! Alla stazione ferroviaria di Castello di Fiemme si avvicinò mio papà, nel frattempo avvisato, per darmi un paio di calzini. Via; niente! A Ora la mia scorta, il sergente Vianini e un soldato semplice, si fermò per andare a mangiare all’albergo Rosa. Io rimasi fuori al freddo gelido di quel primo giorno di gennaio, vestito con gli stessi indumenti di quando mi avevano preso. Circa alle 3 di pomeriggio eravamo sotto il portico d’entrata del Corpo d’Armata di Bolzano. Trascorse un po’ di tempo, durante il quale io ero sempre sdraiato sulla mia carrettina al freddo. Poi ripartimmo. Riconobbi alcune zone di Bolzano: via S. Quirino, via Torino, le Semirurali. Il carretto si fermò davanti ad un portone. Era quello del Lager di via Resia! "Abbiamo un partigiano ferito" disse uno della mia scorta. Si avvicinò un sergente delle SS, credo si chiamasse Hans. Lass mich schauen! (Fammi vedere!), disse. Mi presero in due. Uno si mise la gamba sana sulla spalla e io, con la testa e la gamba rotta penzoloni, attraversai il campo. Si aprì una porta. Se ne aprì un’altra. Mi presero e mi misero su un pagliericcio a castello. Solo il giorno dopo mi resi conto che mi trovavo in una cella del Lager: la numero 5. Ero solo, in uno spazio angusto, senza finestre, una bocca di lupo di legno e il freddo di via Resia. Di mattina presto la porta della cella si aprì. Entrò uno delle SS, facendomi cenno di far silenzio; i guardiani delle celle, i famigerati ucraini, fino ad una certa ora non arrivavano. Mi diede due panini, che gli erano stati dati da un’infermiera, Bianca Zuliani, un’internata che faceva servizio di assistenza nel campo. Il 2 gennaio venne a visitarmi il dottor Pisciotta, un medico internato. Poi ci fu un consulto sulle mie condizioni di salute con il dottor Pittschieler, che prestava servizio nel campo ma era libero cittadino. Questi andò a parlare con il maresciallo Haage per permettere un primo intervento ospedaliero. Niente da fare. Ordine del Corpo d’Armata di Bolzano: segregato nelle celle di punizione come soggetto pericoloso. Il giorno 3 gennaio fui portato in una sorta di infermeria del campo. Pittschieler chiamò alcuni dei medici internati per procedere ad un intervento, ma non c’era né gesso, né medicinali adatti, niente. L’unica cosa che avevano trovano erano due pezzi di legno e un lenzuolo con cui tentarono di steccarmi. Mi addormentarono con un po’ di etere e mi svegliai con una stretta fasciatura d’emergenza. Poi fui ricondotto in cella. Il 5 gennaio, se non ricordo male, grazie forse al dottor Pittschieler fui portato in una stanzetta dell’infermeria del campo; anche lì isolato e sorvegliato a vista. Avevano paura che potessi entrare in contatto con altri "pericolosi" internati. Quella stanzetta era frequentata dal dottor Dalle Mule - un bellunese internato come ostaggio, perché il figlio era partigiano - che preparava le bustine di medicinali. Quando la sorveglianza delle guardie non era così assidua, qualcuno mi veniva a trovare: ricordo tra gli altri la Clementina di Genova, Bianca Zuliani, il dottor Ferrari e il dottor Meneghetti.14 Devo anche dire che, in particolare, il dottor Pittschieler riuscì a fare entrare nel campo e a farmi avere delle vitamine per tenermi un po’ su. Un giorno, non ricordo se di gennaio o febbraio, portarono in infermeria un ferito e qualcuno mi disse che si trattava di un partigiano ferito in Val di Fiemme, un tale Emer Luigi. Pensai e ripensai a chi potesse essere questo partigiano, anche perché io lo conoscevo solo come "Avio", il suo nome di battaglia. Mi feci aiutare per andare a vedere. Quando lo riconobbi, ci fu fra di noi un lungo e commosso abbraccio. Durante il periodo in cui rimasi nella stanzetta dell’infermeria, mi capitò di vedere un certo dottor Leoni di Milano. Lo portarono lì, sdraiato di pancia sulla barella, con la schiena che era ormai carne viva. Non so che fine abbia fatto. I miei compagni delle celle cominciai a conoscerli, quando i tedeschi iniziarono a lasciarci una mezzora d’aria. Eravamo "liberi" di continuare a girare intorno al blocco celle, senza mai fermarci. Io non riuscivo a camminare e per uscire dalla prigione mi aiutava la Nella.15 Mi fermavo in un angolo del blocco, mentre i tedeschi sorvegliavano affinché nessuno si avvicinasse. Il mio angolo era piuttosto riparato dalla vista delle guardie, per cui capitava che alcuni compagni mi facessero avere qualche pacchettino. Generalmente si trattava di maccheroni e, rientrando in cella, si divideva un maccherone per uno. I panini sarebbero stati troppo voluminosi. Alla fine di marzo iniziarono ad arrivare dei pacchi. Dei compagni delle celle, oltre alla Nella, ricordo Enrico Pedrotti, don Longhi16 e una certa Gisella di Trento. Ho ancora nelle orecchie le urla di due compagni bergamaschi reclusi nella cella numero 3, pestati a sangue fino alla morte. Un giorno di febbraio, forse il 12,17 fui preso e caricato su un camion insieme ad altri. Ci portarono in zona industriale e ci fecero salire su un vagone, destinazione Germania. Rimanemmo chiusi nel vagone per un giorno intero e, poi, riportati nel campo. I bombardamenti sulla linea ferroviaria avevano bloccato quella tradotta verso i campi di sterminio. Fui liberato la mattina del 30 aprile insieme agli altri internati trentini e bolzanini. Il Pol.[izeiliches]-Durchgangslager-Bozen fu uno dei quattro campi di concentramento esistenti in territorio italiano, oltre a quello di Fossoli nei pressi di Carpi, Borgo San Dalmazzo in provincia di Cuneo ed alla Risiera di San Sabba di Trieste. Quest’ultimo, situato nell’Operationszone Adriatisches Küstenland, svolse in realtà sino alla liberazione sia la funzione di campo di detenzione e transito per gli ebrei destinati ad essere deportati nel campi di sterminio d’Oltralpe, che quella di raccolta, punizione ed eliminazione di oppositori politici e partigiani; fu l’unico Lager in Italia ad essere provvisto di un forno crematorio. Le vicende inerenti al campo di Bolzano devono essere inquadrate nel contesto più ampio dell’"universo concentrazionario" in Italia e nel restante territorio europeo. Per la sua funzione, la struttura organizzativa ed il personale di sorveglianza, esso va considerato come la prosecuzione del Polizei- und Durchgangslager Fossoli, attivato nel dicembre 1943; l’avanzata degli Alleati con il conseguente arretramento del fronte tedesco e l’intensificarsi delle azioni partigiane resero difficoltosa la formazione a Fossoli di convogli da inviare Oltralpe ed indussero l’SS-Brigadeführer Wilhelm Harster, Befehlshaber der Sicherheitspolizei und Sicherheitsdienst in Italia, a decidere lo smantellamento ed il trasferimento del campo nei pressi di Bolzano. Il Sudtirolo, unificato dal settembre 1943 con il Trentino e la provincia di Belluno nell’Operationszone Alpenvorland, era considerato un territorio sicuro dal punto di vista politico e militare. Stabilire una datazione precisa all’apertura del campo risulta piuttosto problematico: nella sua testimonianza contenuta in questo volume, Quintino Corradini sostiene che il padre, arrestato in qualità di ostaggio, lavorò già nel maggio 1944 all’allestimento del Lager, mentre il bellunese Tullio Bettiol, fra i primi internati a Bolzano, vi iniziò la sua detenzione in luglio. I trasporti da Fossoli a Bolzano cominciarono verso la fine del luglio 1944 e riguardarono, a quanto risulta, un centinaio di prigionieri: per lo più si trattava di politici, ma fra i detenuti trasferiti vi erano anche alcuni ebrei. Questi ultimi, a differenza di tutti gli internati per "motivi razziali", erano stati esentati dalla deportazione nei campi di sterminio quasi certamente in quanto considerati utili al funzionamento del campo in qualità di addetti a servizi e lavori vari. Il Lager di Bolzano-Gries fungeva da centro di raccolta e detenzione per politici, zingari, ebrei, rastrellati e ostaggi catturati nelle diverse città del Centro e Nord Italia. Analogamente a molti altri campi nazisti, anch’esso aveva alle sue dipendenze dei sottocampi, dislocati sul territorio provinciale, dei quali disponiamo però di notizie piuttosto scarse. La definizione di campi - satellite risulta in questo caso piuttosto impropria: a Merano Maia Bassa ed a Vipiteno gli internati erano alloggiati in una caserma, a Certosa in Val Senales presso la Guardia di Finanza. All’imboccatura della Val Sarentino circa 200 prigionieri vivevano all’interno di alcune baracche di legno in un’area cintata da filo spinato; altri campi erano situati a Colle Isarco ed a Dobbiaco. In ognuno di essi i detenuti venivano costretti a svolgere pesanti attività lavorative. Il Lager principale sorgeva nell’attuale via Resia; esso occupava un’area di circa 2 ettari, era circondato da un muro di cinta sul quale era stato ulteriormente fissato del filo spinato ed il perimetro era di forma rettangolare. La struttura comprendeva due grandi capannoni in muratura: costruiti dal Genio Militare in epoca antecedente all’istituzione del campo ed adibiti a deposito, essi furono suddivisi in seguito in vari blocchi, ovvero in grandi vani separati fra loro da tramezze e destinati agli internati. Inizialmente vennero creati solo sei Blocks, contraddistinti con le prime lettere dell’alfabeto, ai quali se ne aggiunsero in tempi differenti altrettanti; gli internati, da cento a duecentocinquanta per ogni capannone, dormivano su letti a castello, consistenti in tavolati coperti da sacchi ripieni di trucioli di legno. All’interno dell’area recintata si trovavano poi altre costruzioni minori quali una sorta di infermeria, gli alloggi delle SS, gli uffici, la cucina, i depositi, la doccia e le latrine; in un’area ristretta, separata dal campo ma comunicante con esso tramite una porta, erano posizionate quattro baracche che fungevano da officina meccanica, tipografia, sartoria e falegnameria. Nel blocco A erano alloggiati i "lavoratori fissi" quali elettricisti, muratori e meccanici; le loro mansioni erano considerate necessarie al buon funzionamento del campo, pertanto a questi internati veniva riservato un trattamento leggermente migliore rispetto agli altri. Le baracche D ed E, divise dalle altre da un reticolato di filo spinato che delimitava un recinto, erano riservate ai "pericolosi", mentre nel blocco F erano rinchiusi donne e bambini; nel Block L, separati dunque dagli altri prigionieri, alloggiavano gli ebrei di sesso maschile. Il criterio di assegnazione dei prigionieri agli altri blocchi era, a quanto risulta, casuale. Di fronte all’ingresso, sul fondo del campo, era posizionata una baracca che costituiva il blocco celle, ovvero la prigione del campo: era destinata ai detenuti considerati pericolosi, a chi era sottoposto a punizione o a chi doveva subire un interrogatorio e consisteva in 50 locali estremamente angusti e bui, con solo un letto a castello al loro interno. Ai rinchiusi nelle celle non era consentito il contatto con gli altri prigionieri: essi potevano uscire unicamente per pochi minuti al giorno per compiere le quotidiane abluzioni e per lavare scodella, bicchiere e cucchiaio. Ad esclusione dei pericolosi destinati ai blocchi D ed E e dei prigionieri detenuti nelle celle, gli internati venivano suddivisi in squadre ed adibiti a diverse incombenze, quali il ripristino dei binari della ferrovia danneggiati dai bombardamenti, lo sgombero delle macerie dalle vie cittadine, scavi per la posa di cavi telefonici, lavori di falegnameria e sartoria, raccolta di pietre dall’argine del fiume Adige, trasporto di materiale da costruzione... Le donne invece erano incaricate di compiere lavori di pulizia in caserme ed ospedali, di occuparsi degli alloggi dei sorveglianti oppure erano addette alle cucine. Numerosi prigionieri furono impiegati in una fabbrica di cuscinetti a sfera, la IMI di Ferrara, posta sotto la galleria del Virgolo. Gli internati infatti, analogamente a quanto succedeva negli altri Lager nazisti, rappresentavano una forza - lavoro coatta da sfruttare. Nei loro spostamenti le squadre esterne erano costantemente scortate e sorvegliate da guardie, sentinelle e spesso anche da cani lupo, di cui si ricorda la particolare ferocia; di tanto in tanto la popolazione bolzanina, soprattutto gli abitanti delle Semirurali, riusciva, ricorrendo a sotterfugi, a fornire ai prigionieri dei viveri oppure a recapitare ai componenti delle squadre biglietti, messaggi o lettere. Enrico Zamatto, internato per motivi razziali, ricorda "qualche santa donna" che allungava delle mele ai prigionieri; alcuni sorveglianti permettevano saltuariamente di effettuare degli acquisti in qualche negozio situato lungo la strada. I prigionieri impiegati in lavori al di fuori del campo riuscivano talvolta a prelevare del cibo di nascosto ed a portarlo all’interno del Lager. Laura Conti, internata e preziosa esponente dell’organizzazione interna clandestina, ha tracciato in un suo saggio una mappa della popolazione del campo: il numero dei bambini era esiguo, si trattava per lo più di piccoli ebrei o zingari, alloggiati con le madri nel blocco F. Fra le donne le detenute in qualità di Sippenhäftlinge, parenti di partigiani, disertori o semplicemente di "sospetti", erano le più numerose; molte di loro erano sudtirolesi. Erano state arrestate in base ad un’ordinanza di Franz Hofer del gennaio 1944 che sanciva la possibilità di fermare, in qualità di ostaggi e fino all’arresto dei ricercati, congiunti di disertori e renitenti alla leva. Le testimonianze fornite da alcune sudtirolesi internate mettono in luce come esse, ben consapevoli del pericolo che correvano, avessero fornito spesso servizi di supporto essenziali alla sopravvivenza dei disertori, portando loro cibo ed indumenti, prestando assistenza medica, trasmettendo notizie, recando conforto. Il loro raggio d’azione non sempre si era limitato ai congiunti in senso stretto, ma aveva coinvolto pure amici, vicini e conoscenti. La detenzione viene a tutt’oggi considerata come un contributo personale di opposizione alla guerra ed al nazismo. Nel campo vi erano poi detenute arrestate per attività politica e partigiana: alcune erano state catturate in combattimento o in operazioni di rastrellamento, altre avevano partecipato alla resistenza in maniera sistematica; altre ancora vi avevano contribuito in modo sovente episodico e non organizzato, ad esempio proteggendo e supportando partigiani, ebrei o militari alleati. Le testimonianze concordano nell’evidenziare la reciproca solidarietà creatasi all’interno blocco femminile, facilitata dalla coabitazione in un’unica baracca e dal numero tutto sommato esiguo delle prigioniere. La loro quota, infatti, non superò mai il 10 per cento del totale. Le donne ebree, sia di nazionalità italiana che straniera, restavano di solito nel Lager per poco, in quanto venivano subito deportate; solo le internate giunte a Bolzano alla fine del 1944, successivamente alla partenza dal campo dell’ultimo convoglio femminile, rimasero a Bolzano fino alla liberazione. Pure la permanenza delle zingare, italiane e spagnole, era decisamente breve. Nel campo furono rinchiuse anche alcune ladre e prostitute. Il quantitativo degli uomini internati era decisamente più alto, tanto da occupare dieci baracche differenti. Numerosi erano i politici ed i partigiani, soprattutto garibaldini ed appartenenti alle formazioni di "Giustizia e Libertà", ai quali si sommavano pure coloro i quali, pur non identificandosi direttamente nella figura del politico o del partigiano, avevano contribuito alla lotta di liberazione aiutando in varie forme i perseguitati. Ricordiamo la figura di Odoardo Focherini, arrestato nel marzo 1944 a Bologna per aver soccorso e salvato dalla deportazione oltre un centinaio di ebrei: condotto in carcere nel capoluogo emiliano, fu internato prima a Fossoli e successivamente a Bolzano, da dove venne deportato nel settembre 1944 a Flossenbürg. Morì nel dicembre di quell’anno a Hersbruck, un sottocampo di Flossenbürg. Fra gli internati vi erano inoltre soldati dell’esercito italiano, alcuni militari alleati, zingari, ebrei, obiettori di leva, "rastrellati" non sospetti di attività partigiana, fascisti e ladri; numerosi erano i sudtirolesi, principalmente giovani disertori ed ostaggi. Gli ebrei erano stati catturati per lo più in città dell’Italia del Nord come Milano, Genova e Torino: in base all’"ordine di polizia" n. 5 del 30 novembre 1943, emanato dal ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana, tutti gli ebrei italiani e stranieri presenti sul territorio italiano dovevano essere arrestati ed avviati in campi di concentramento. Tale provvedimento rese pertanto possibile il fermo di ebrei da parte di autorità di polizia italiane. Appena entrati nel campo i prigionieri dovevano consegnare documenti e valori; essi ricevevano una divisa, zoccoli di legno ed un distintivo di colore differente a seconda della categoria di appartenenza: un triangolo rosso per i politici, verde per gli ostaggi, azzurro per gli "stranieri civili nemici", rosa per i rastrellati ed i "meno pericolosi", giallo "senza numero" per gli ebrei. Benché le condizioni di vita fossero meno disumane che nei Konzentrationslager d’Oltralpe, le punizioni frequenti, le violenze e le angherie, il cibo scarso, le precarie condizioni igieniche, la costante presenza di parassiti, il lavoro massacrante e le rigidi temperature invernali rendevano dura e penosa l’esistenza quotidiana nel campo. Le giornate erano scandite da un rituale sempre uguale: sveglia all’alba, appello estenuante, lavoro dalle 7 del mattino fino ad almeno le 16.30 con una breve pausa per la distribuzione di un misero pasto, rancio serale, appello ed alle 20 il rientro nei blocchi. La colazione consisteva in una tazza di caffè nero zuccherato, i pasti in una scodella di minestra di rape o di verze; il quantitativo giornaliero del pane, spesso ammuffito, variava a seconda delle attività lavorative svolte dal prigioniero. I prigionieri erano sottoposti ad una disciplina estremamente rigida, "curata nel modo più ferreo da parte del comando del campo. Non salutare togliendosi il cappello, e non fermarsi e mettersi sull’attenti quando passavano le guardie costituiva mancanza da meritarsi pugni, calci e anche la cella quando non si veniva legati al palo e percossi". L’apparato di sorveglianza, incluso il nucleo di comando, era in sostanza lo stesso esistente a Fossoli, con l’aggiunta in loco di elementi sudtirolesi e guardie appartenenti ad altre nazionalità. Comandante del Lager era l’SS - Untersturmführer Karl Titho, coadiuvato dall’SS-Hauptsharführer Hans Haage; quest’ultimo, particolarmente feroce, è stato definito il "semidio del campo" e ricordato da molti ex internati come la reale suprema autorità all’interno del Lager. Fu lui "l’inventore dell’assurdo e snervante rituale cui ogni giorno [i prigionieri ndr] erano sottoposti al momento dell’appello mattutino; l’ordine ‘cappelli giù, cappelli su’ ripetuto fino all’esasperazione per poter udire in un unico suono il rumore provocato dai cappelli degli internati che al suo comando dovevano toglierseli e rimetterseli". Responsabili di numerose atrocità furono due SS-Totenköpfe ucraine di circa una ventina d’anni, Otto Sain e Michael (Mischa) Seifert, i "padroni delle celle"; condannati per stupro, essi agivano liberamente come aguzzini soprattutto nella prigione del campo. Al blocco femminile erano addette due guardiane, Else Lächert e Anne Schmidt, soprannominate per la loro ferocia la "Tigre" e la "Tigrina". L’ordinaria amministrazione della vita quotidiana veniva gestita dagli stessi internati "secondo uno schema organizzativo sperimentato dai nazisti in tutti i campi dell’Europa occupata". In ogni blocco vi era un capo - blocco, la cui mansione principale consisteva nell’organizzare i servizi interni alle baracche quali la pulizia e nel fornire la lista degli internati da adibire alle squadre di lavoro; i diversi capi - blocco facevano riferimento al capo - campo, coadiuvato da un vice. Agli internati erano state inoltre delegate l’organizzazione dell’assistenza sanitaria e dell’intendenza: quest’ultima aveva anche il compito di cambiare la valuta portata in campo dai prigionieri con dei buoni, validi solo all’interno del Lager, utili per fare acquisti allo spaccio. L’intendente, designato fra i prigionieri, controllava e distribuiva viveri e capi di vestiario; la sua, "come quella del capo - campo, era inevitabilmente una posizione scomoda per chi la occupava; essendo a contatto con gli internati e tentando in qualche modo di sottrarre ai magazzini qualche briciola in più da suddividere fra loro, l’intendente non poté non attirarsi le accuse di essere troppo cauto nell’alleggerimento dei magazzini per paura di rappresaglie o di favorire un internato o un gruppo di internati a scapito di altri. Anche questo contribuiva ad aumentare quell’atmosfera di diffidenza reciproca, di tensione e di sospetto che conviveva e si intrecciava con l’opposta dimensione di reale solidarietà, di aggregazione antinazista e di resistenza che pure era diffusa nel campo di Bolzano". Nell’infermeria del campo prestavano servizio alcuni internati: Virgilio Ferrari, futuro sindaco di Milano, la dottoressa Ada Buffulini, internata nel novembre 1944 ed il dottor Pisciotta; costoro, malgrado disponessero di scarsissimi mezzi, svolsero una costante azione di assistenza a favore dei prigionieri. Per un breve periodo, dal settembre al dicembre 1944, vi operò pure un medico torinese, Giuseppe Diena: fu deportato a Flossenbürg, ove morì per le percosse subite. Accanto a questa organizzazione, definita "ufficiale" da Laura Conti, esisteva pure una struttura politica clandestina interna, che riproponeva nella sua fisionomia quella del Comitato di Liberazione Nazionale. Questa aveva il compito di assistere gli internati, procurare loro del vestiario, introdurre cibo nel campo, mantenere i contatti fra le famiglie ed i prigionieri, organizzare evasioni. I collegamenti con l’esterno venivano stabiliti per lo più tramite i civili utilizzati nel Lager nella direzione dei laboratori o per mezzo dei prigionieri occupati in lavori coatti al di fuori del campo. Queste operazioni furono realizzate grazie all’attività di una organizzazione analoga, che agiva però all’esterno, in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale. Inizialmente, cioè fino all’arresto dei membri del CLN bolzanino avvenuto nel dicembre 1944, l’organizzazione esterna fu gestita da Visco Ferdinando Gilardi ("Giacomo"); successivamente alla sua cattura fu Franca Turra ("Anita") a coordinarne l’attività, aiutata da Mariuccia Gilardi, moglie di Visco Ferdinando Gilardi, Maria Pedrotti, Elena Bonvicini, i coniugi Liberio, Giuseppe Bombasaro ed altri. In loco operò nell’autunno 1944 pure Renato Serra ("Nigra"), incaricato personalmente da Ferruccio Parri ("Maurizio") di assistere gli internati e di organizzare con il comitato di assistenza esterna le loro fughe. Laura Conti riferisce che per un lungo periodo, precisamente dal settembre 1944 alla sospensione delle deportazioni, fu "l’organizzazione clandestina a decidere quali internati dovessero essere assunti come lavoratori ‘fissi’, con un criterio che teneva conto soprattutto della responsabilità politica portata dall’internato stesso prima del suo arresto, dal contegno ineccepibile sotto gli interrogatori, dell’attitudine ad assumere anche in Campo eventuali responsabilità difficili pericolose, e di avere rapporti fraterni e solidali con i compagni". Si trattava di un compito particolarmente difficile e delicato, in quanto sia gli addetti ai servizi all’interno del Lager in qualità di capo baracca, furiere..., che i prigionieri impiegati nei laboratori e nelle officine non venivano deportati, poiché "il comando, allo scopo di rendere più agevole l’organizzazione del campo, aveva deciso che [...] dovessero essere stabili e non soggetti ad avvicendamento". Grazie alla collaborazione fra l’organizzazione esterna e quella interna fu possibile organizzare anche delle fughe: a quanto pare furono circa un’ottantina le evasioni preparate. Risultava indispensabile pianificarle in modo accurato, fornendo ai prigionieri documenti falsi, capi di vestiario ed un nascondiglio sicuro; spesso furono gli abitanti delle Semirurali ad ospitare, a rischio della propria vita, i fuggitivi. Non sempre però le fughe ebbero un esito positivo; gli internati catturati dopo un tentativo d’evasione venivano riportati in campo dove venivano uccisi o subivano una durissima punizione, come monito agli altri prigionieri al fine di inibire altri possibili allontanamenti. Nel Lager le angherie, i soprusi e le violenze gratuite nei confronti dei prigionieri erano quotidiani. A tutt’oggi risulta difficile quantificare con precisione il totale delle vittime decedute nel campo: sappiamo che 23 persone detenute nel blocco E vennero uccise il 12 settembre 1944 a colpi di pistola e seppellite in una fossa comune. Gli internati ebrei morti all’interno del campo di Bolzano furono 14, 6 dei quali per le sevizie subite: nel febbraio 1945 Giulia Bianchini Fano di 78 anni fu sottoposta a doccia gelata e poi rinchiusa senza cibo né acqua nel blocco celle ove morì; nello stesso mese, sempre nelle celle, furono uccise Giulia Leoni Voghera di 66 anni e la figlia Augusta Voghera Menasse. E’ probabilmente a queste ultime che si riferisce Enrico Pedrotti, detenuto anch’egli nel medesimo blocco, quando racconta: "Una sera ‘la tigre’ venne a consegnare due povere donne ebree. Sembra che le dessero fastidio perché, malate, si lamentavano. Vennero finite nel modo più bestiale: spogliate in pieno gennaio, annaffiate con secchi d’acqua, lasciate senza cibo. Madre e figlia. La giovane che tardava a morire, venne affogata in un secchio. Almeno in venti di noi, la udimmo fino all’ultimo rantolo". Doralice Muggia Foà non sopravvisse alle sevizie subite in campo e morì nel maggio 1945, poco dopo la liberazione. Pedrotti riferisce anche di 14 assassinii commessi sempre nella prigione del campo: "dei quali fummo testimoni uno per uno. L’ultimo, un povero ragazzo partigiano, accusato di aver rubato del pane. I due compari [gli ucraini Otto Sain e Mischa Seifert ndr] lo uccisero il giorno di Pasqua, sbattendolo a turno con la testa contro i muri della cella. Nessuno del blocco celle dimenticherà mai quel giorno: urlo per urlo, colpo per colpo. Altri vennero strozzati. In quelle occasioni i due, circolavano per i corridoi con i guanti di pelle nera. Erano diventati un simbolo, e quando li vedevamo in quel modo, un brivido correva per le celle. Non si sapeva a chi toccava il turno". Il Pol.-Durchgangslager-Bozen era, come già menzionato, un campo di internamento e di transito: le persone catturate ed incarcerate in varie località italiane, dopo un periodo di permanenza la cui durata poteva variare da poche settimane a qualche mese, venivano caricate su treni merci e deportate nei Lager nazisti. Numerosi, benché non precisamente quantificabili, i trasporti partiti per Bolzano da città dell’Italia settentrionale e centrale, fra le quali Torino, Milano, Genova, Venezia... Non si hanno notizie certe neppure sul numero dei convogli partiti dal capoluogo altoatesino alla volta dei campi di Mauthausen, Flossenbürg, Auschwitz, Ravensbrück, Dachau: tutta la documentazione relativa al campo, compresi gli elenchi degli internati, venne infatti distrutta dal comando nazista poco prima della liberazione. Numerosi prigionieri fanno riferimento nelle loro testimonianze ad un convoglio, formatosi il 25 febbraio 1945 e composto sia da deportati politici che da ebrei, che tentò inutilmente di partire dal capoluogo dell’Alpenvorland: malgrado i reiterati tentativi di aggiustare i binari, la deportazione fu resa impossibile dal bombardamento della linea ferroviaria effettuata dagli alleati; dopo tre giorni di permanenza all’interno dei vagoni i prigionieri vennero riportati nel campo. Liliana Picciotto Fargion ha rilevato che "le deportazioni da Bolzano avvenivano quando l’Italia centrale e parte dell’Italia settentrionale erano già state liberate: mentre ancora treni carichi di umanità dolente e destinata alla morte continuavano a dirigersi verso la Polonia e la Germania, a Roma venivano avviati i primi passi, coordinati dal CRDE, per la ricerca dei deportati e dei dispersi". L’ultimo convoglio lasciò Bolzano alla volta di Dachau il 22 marzo 1945: esso partì "a un mese dalla definitiva liberazione dell’Italia e quando ormai lo stesso sistema della concentrazione e dello sterminio era entrato in collasso irreversibile con il cedimento delle strutture del Terzo Reich, prossimo alla completa disfatta militare". Il campo venne liberato alla fine dell’aprile 1945: a partire dal 29 aprile e fino al 3 maggio gli internati cominciarono ad essere rilasciati, pare a seguito di trattative fra la Croce Rossa Internazionale, esponenti partigiani di Bolzano ed il comando del Lager; tutti i prigionieri ancora presenti, il cui totale ammontava a circa 3.500 persone, ricevettero un Entlassungsschein firmato dal Lagerkommandant Titho e vennero condotti a scaglioni fuori dalla città. Gli ebrei furono trasferiti a Merano e assistiti dalla Croce Rossa: da lì furono poi riportati alle loro case. Non siamo a conoscenza del numero esatto dei prigionieri transitati per il campo: sappiamo che furono almeno 11.116, ma si tratta di una cifra certamente errata per difetto. Bibliografia di riferimento sul Durchgangslager di Bolzano: Piero AGOSTINI, Trentino provincia del Reich, Temi, Trento 1975; Anna BRAVO, Daniele JALLA (a cura di), La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Franco Angeli, Milano 1986; Vincenzo CALI’ (a cura di), Antifascismo e resistenza nel Trentino - Testimonianze, Comitato provinciale per il 30° anniversario della Resistenza e della Liberazione, Trento 1978; Alberto CAVAGLION, Per via invisibile, Il Mulino, Bologna 1998; Centro di Cultura dell’Alto Adige - Bolzano (a cura di), Il Lager di Bolzano. Testimonianze sulla resistenza in Alto Adige, Estratti dalla rivista "Il cristallo" (1964-65), Bolzano1997; Centro Furio Jesi (a cura di), La menzogna della razza. Documenti ed immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, Grafis, Bologna 1994; Circolo Culturale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (a cura di), Perché?, Rovereto 1946; Id., La memoria e la storia. Alto Adige - Südtirol, Bolzano 1991; Comune di Bolzano, Assessorato alla Cultura, Archivio storico, L’ombra del buio. Lager a Bolzano 1945-1995, Bolzano 1995; Gianni FARONATO (a cura di), 8 settembre ’43 - 3 maggio ’45. Ribelli per la libertà. Testimonianze sul Lager di Bolzano, Castaldi Editore, Feltre 1995; Luciano HAPPACHER, Il Lager di Bolzano, Comitato provinciale per il 30° anniversario della Resistenza e della Liberazione, Trento 1979; Nella MASCAGNI, Rapporti tra gli internati nel Lager di Bolzano e la città in Istituto veneto per la storia della Resistenza - Annali 1982-83, Tedeschi, partigiani e popolazioni dell’Alpenvorland (1943-1945), Marsilio Editori, Venezia 1984, pp. 245-252; Aldo PANTOZZI, Sotto gli occhi della morte, Tipografia Pio Mariz, Bolzano 1946; Liliana PICCIOTTO FARGION, Il Libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano 1991; Federico STEINHAUS, Ebrei/Juden. Gli ebrei dell’Alto Adige negli anni trenta e quaranta, Giuntina, Firenze 1994; Leopold STEURER, La deportazione dall’Italia. Bolzano in Spostamenti di popolazione e deportazioni in Europa 1939-1945, Cappelli, Bologna 1987, pp. 407-444; Leopold STEURER, Martha VERDORFER, Walter PICHLER, Verfolgt, verfemt, vergessen. Lebensgeschichtliche Erinnerungen an den Widerstand gegen Nationalsozialismus und Krieg. Südtirol 1943-1945, Edition Sturzflüge, Bozen 1993; Italo TIBALDI, Compagni di viaggio. Dall’Italia al Lager nazisti. I "trasporti" dei deportati 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1994. HOME Fine |