UCCISIONE del maresciallo dei Carabinieri ARALDO GUALTIERI

La rettorica dei partigiani trasforma l'assalto alla Caserma dei Carabinieri di Molina di Fiemme, con l'uccisione del maresciallo Gualtieri Araldo, in un "eroico" combattimento contro un presidio nazifascista.
Dall'archivio parrocchiale di Molina di Fiemme risulta che Gaultieri Araldo di Giosué e di Landi Annunziata, marito di Romboli Santina, maresciallo RR. CC. morì il 25 agosto del 1944 in seguito a ferita da arma da fuoco, e fu assistito dal parroco di Valfloriana, don Riccardo Pattis, che accidentalmente passava.

In Internet ora sono inserite:
Cinquanta videointerviste, realizzate a cura dei comuni di Bolzano e Nova Milanese in collaborazione con Rai Educational, vengono consegnate alla storia e alla memoria. Per non dimenticare.

La testimonianza di Luigi Emmer da un confronto con la testimonianza della maestra Rita Pernbrunner Bazzanella risulta non solo retorica ma falsa.

Ci si augurerebbe che un ente pubblico, come Rai Educational, sia più rigoroso nelle sue documentazioni.

Testo trascritto dalla pagina su: I Testimoni - Luigi Emer, messa in internet da Rai Educational.

La testimonianza

Mi chiamo Luigi Emer, nome di battaglia Avio, perché ero in aviazione. Sono nato a Dermulo, comune di Taio, provincia di Trento, il 27 agosto 1918.

Sono stato arrestato in seguito ad un combattimento contro un presidio nazifascista che si trovava a Cavalese. Partimmo di notte e arrivammo nel villaggio vicino a Molina. Nella Val di Fiemme avevamo incontrato un'altra formazione di partigiani, comandata dal povero Aldo Iseppi, e altri compagni, Franco Franch e Quintino Corradini, si eravamo uniti per attaccare questo presidio. Verso le dieci di sera una bomba a mano mi scoppiò fra le gambe e mi fratturò completamente la gamba destra e l'ulna del braccio sinistro. Le schegge mi riempirono per tutto il corpo provocandomi profonde lacerazioni e ferite. Come caddi i compagni volevano sospendere l'azione, ma io diedi l'ordine di proseguire e di portarla a termine. Portarono a termine l'azione e cercarono di portarmi in salvo caricandomi sopra un carretto e trascinandomi fino al villaggio Stramentizzo.

Fra di noi c'era la regola per cui i feriti gravi che si rendevano intrasportabili dovevano essere fatti fuori con un colpo di pistola. Toccando il caso mio, si prepararono per spararmi il colpo di pistola alla testa, ma un compagno tuttora vivente a Bolzano disse "è inutile sparare, questo è morto". Avevo perso i sensi. Convinti che fossi morto se ne andarono di notte attraverso le montagne e mi abbandonarono sopra questo carretto. Il 26 agosto 1944 durante la notte ripresi i sensi, cercai aiuto ma nessuno rispondeva. Silenzio assoluto, buio pesto e cielo sereno. Io guardavo le stelle. Verso l'alba si avvicinarono alcuni partigiani paesani del posto, di Stramentizzo, fra i quali una ragazza, una certa Sabina che fungeva da staffetta. Vedendomi in quelle condizioni chiamò un medico il quale arrivò, mi fasciò la gamba destra e scappò subito via in motocicletta per paura di essere catturato. Questa ragazza cercò di alimentarmi dandomi un bicchiere di latte e una coperta che prelevò dalla stalla. Avevo soldi e armi addosso, li buttai su un cumulo di legna. Notai che la gente curiosa che si era avvicinata al carretto si stava allontanando. Alzai il capo e vidi che ero accerchiato dalle forze tedesche, dalle SS. Fui preso e catturato.

Testo trascritto da Storia di Stramentizzo, di Rita Pernbrunner Bazzanella, Trento 1987, pgg 72-73.

Assalto alla caserma

La sera del 25 agosto ’44, i partigiani assaltarono, con bombe a mano, la caserma dei carabinieri a Molina (ora casa Ramoni). Il maresciallo, Araldo Gualtieri da Pisa, ritenuto dai «ribelli» una spia e responsabile della fucilazione di alcuni partigiani, fu ucciso con un colpo alla nuca, nonostante le suppliche della moglie e dei bambini. Una bomba a mano rimbalzò contro la rete metallica ed esplose, colpendo il gruppo di partigiani.

Quintino Corradini (Fagioli) fu ferito al capo ed in seguito perdette un occhio. Luigi Emeri (Avio), ferito alle gambe, fu caricato su di un carretto e trasportato a Stramentizzo, presso la casa di Giuditta March. La mattina del giorno seguente, 26 agosto ’44, mio marito s’alzò prestissimo, per andare a falciare 1’erba in un prato dei suoi genitori, presso la segheria. Poco dopo tornò a casa agitato, pallido in volto e mi disse: – Hanno ucciso il maresciallo dei carabinieri! – Mentre stavamo discutendo, sentimmo bussare alla porta d’entrata: era Giuditta, che veniva a chiedere aiuto, perché presso casa sua c’era un ferito. Senza riflettere oltre, corsi per prestare il mio aiuto. Tra la casa e la legnaia, su un carretto, avvolto in una coperta militare, c’era un giovane, che si lamentava continuamente. Cercai di consolarlo e, con 1’aiuto di Giuditta, spinsi il carretto nella legnaia, al riparo, poi gli tolsi la coperta di dosso. Nel cinturone aveva due bombe a mano. Gliele levai con precauzione e, senza esitare, corsi attraverso i prati a buttarle nell’Avisio. Se i Tedeschi 1’avessero trovato armato, I’avrebbero ucciso immediatamente.

Intanto Giuditta aveva preparato un po’ di caffé d’orzo e, a sorsi, glielo facemmo bere; gli lavammo le ferite e gliele bendammo con panni puliti. Ci disse solo che sarebbero venuti a prenderlo, ma non riuscimmo a fargli dire ne il nome, né dove fosse stato ferito, né chi 1’avesse portato fin la, ne chi aspettasse. Ad ogni nostra domanda, si rifiutava di rispondere. Dovevo tornarmene a casa, dove m’attendevano un marito molto apprensivo ed un bimbo di appena tre settimane. Lo salutai e gli promisi che sarei tornata piu tardi a vederlo. Quando tornai non c’era più; c’era solo il carretto vuoto. Giuditta mi disse poi che erano venuti i «gendarmi» e che l’avevano portato via.

Vedi anche la testimonianza di Quintino Corradini (Fagioli) in un'intervista rilasciata il 29 settembre 1998 a Giorgio Mezzalira e a Lionello Bertoldi e riportata sul pubblicato sul Sito dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - A.N.P.I.

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