CHIUSA DELLA VISITA PASTORALE IN FIEMME
PRIMA DOMENICA DI AVVENTO
Predazzo 1.12.2002 Omelia Mons. L. Bressan
1. Apprezzamento del bene che esiste
Le due prime letture bibliche di
questa messa c’invitano alla riconoscenza verso Dio e verso il prossimo, per il
bene che incontriamo sui passi della vita. Si dice che la gratitudine è virtù
rara, ma corrisponde al vero saper apprezzare il bene che esiste, ed anzi la
Chiesa ha voluto chiamare “eucaristia”, cioè ringraziamento (dal greco eucharistein, ringraziare) il momento
più solenne e ispiratore della nostra esistenza cristiana, la messa, e in essa
ripete che è “veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza
rendere grazie sempre e in ogni luogo” a Dio (dal Prefazio).
Motivi di riconoscenza ve ne sono, e
questa Visita Pastorale ne ha rilevati parecchi. Penso alla vivacità dei vostri
ragazzi, alle loro condizioni di salute, al loro interesse per la mondialità,
alle possibilità di formazione di cui dispongono. Vedo giovani che iniziano a
dare un contributo alla vita ed alla società; guardo agli adulti che si
impegnano per famiglie di nuovo stile, più generose e più aperte alla vita ed
alla solidarietà. Ho incontrato molti anziani che testimoniano una fede
profonda, quella che è stata capace ed è capace di sostenere il progresso. Ho
apprezzato lo spirito di collaborazione e di servizio delle amministrazioni
pubbliche, in uno spirito di degna laboriosità che caratterizza la comunità di
Fiemme, che giustamente porta il titolo di “magnifica”. Ho lodato Dio anche per
il progresso economico che apre l’esistenza umana a una migliore qualità di
vita.
Ho visto la cordialità con la quale
seguite l’opera dei Sacerdoti e del Vescovo stesso, e le molte persone che si
associano nel servizio pastorale ai concittadini, secondo la chiamata che Dio
ci fa fin dal battesimo. Ho potuto incontrarmi con molte espressioni di dono
gratuito e volontariato autentico.
Ho ammirato non solo le bellezze
naturali straordinarie della vostra valle, ma anche il ricco patrimonio
artistico trasmessovi dai vostri padri, e soprattutto le capacità attuali sia
nel campo della musica, come delle arti figurative e dell’artigianato, il
contributo positivo dei sia pur pochi ma validi agricoltori, l’industriosità
degli operatori turistici, l’animo ospitale della popolazione tutta intera,
sostenuta dalla coscienza di essere la prima responsabile del proprio futuro.
Ho riscontrato questi motivi di
riconoscenza, ma l’elenco riassuntivo fatto finora non esaurisce gli aspetti
positivi riscontrati nella vostra valle, e ad esempio dovrei ricordare il
contributo portato al mondo intero attraverso i missionari e i gruppi
missionari. Come fa san Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto (nella seconda
lettura), così anch’io ringrazio Dio per il bene che ho visto tra voi.
2. Riconoscenza soprattutto per la fede
Ma come lui, anche noi riconosciamo
che il bene sommo ci è dato in Gesù Cristo, ed è questa una ragione più
profonda della nostra riconoscenza. In lui, infatti, abbiamo il favore paterno
di Dio onnipotente (grazia, charis) e
la piena comunione con l’Autore della vita e tra noi figli suoi (pace, shalom).
Per riprendere il testo profetico di
Isaia, anche noi possiamo dire: “Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti
chiami nostro redentore… Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un
Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a
quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie” (cfr. prima lettura). Dio onnipotente non
soltanto ci ha amato una volta nella vita terrena di Cristo o nel battesimo di
ciascuno di noi, ma “fedele è Dio, dal quale siamo stati chiamati alla
comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro” (cfr. seconda lettura).
E’ opportuno soffermarsi a
considerare la bellezza del dono fattoci con la fede cristiana, e poiché per
noi l’accesso da essa è stato agevole, non giudicare che sia una dignità di
poco conto, ma al contrario sentirne la grandezza, esprimerne la gratitudine,
soffrire per la poca corrispondenza da parte nostra e per l’abbandono da parte
di chi, datovi magari uno sguardo superficiale, non ha colto la ricchezza di
vita della proposta fattagli. Questo sentimento diventa missionarietà, che si
traduce in formazione cristiana assicurata già nella famiglia, in impegno di
ognuno per la vita parrocchiale, in esercizio concreto di fraternità, in
preghiera costante di lode e di supplica, in anelito perché il dono che abbiamo
conosciuto possa essere condiviso anche da altri. E’ chiaro che avendo ricevuto
tanto, non possiamo tenercelo per noi, limitandoci a proteggerlo nel nostro
intimo, ma dobbiamo passare da un approccio di semplice conservazione ad uno di
servizio positivo.
E fortunatamente possiamo svolgere
questo compito, attraente e complesso, in comunione con altri, a vari livelli:
di parrocchia, di unità pastorale, di decanato, di diocesi, di Chiesa
universale. L’isolarci ci priverebbe di questa comunione.
Cristo, infatti, stabilisce in mezzo
a noi e tra noi una vera fraternità, e la Chiesa non soltanto è espressione di
unità, ma anche strumento che edifica l’unità. Lo stesso amore datoci da Cristo
fonda il volontariato in modo ben superiore che non il sentimento umano o
l’incentivo politico, pur apprezzabili se orientati in tal senso. Cristo
c’impegna e ci sostiene per il progresso di tutto il popolo, come del resto la
nostra storia ne è testimone; basta guardare ai settori educativi, sportivi,
culturali ed anche economici: è stata la fede a far sorgere uomini e donne,
laici e sacerdoti, Suore e Religiosi
per promuovere iniziative di sviluppo, in una visione globale
dell’esistenza umana. Ma penso anche dove trovarono e trovano la forza tanti
genitori per le loro famiglie. E dove, se non nell’unione con Cristo, la
sofferenza, la fatica non coronata da successi umani, e il passare veloce dei
giorni hanno senso, se non nella fede. Cristo dà valore a ogni nostra
dedizione, ci salva cioè già oggi. Egli ci conferma, come dice san Paolo, sino
alla fine.
3. Gratitudine che si esprime in
preghiera ed azione
Una riconoscenza profonda non può
restare, tuttavia, puro sentimento, ma essa esige risposta nella parola e
nell’azione. Circa la prima modalità, si tratta per noi di riscoprire il valore
e l’importanza della preghiera: anzitutto quella in casa cioè in famiglia, non
potendosi ridurre gli spazi dell’orazione alla sola messa domenicale. La
fedeltà poi all’incontro nell’Eucaristia con Cristo, Parola di Dio e Pane di
vita, resta culmine e fonte dell’esistenza cristiana, e non si possono illudere
i ragazzi che basti essere ammessi a una partecipazione iniziale senza
continuità. La sacralità della domenica va quindi difesa e vissuta, anche di
fronte a interessi economici.
La coscienza della grandezza della
fede e della pluralità delle proposte che oggi sono avanzate, obbliga ad
approfondire ed allargare la formazione nei ragazzi e nei giovani, e a
rinnovarla costantemente tra adulti. E in questo, ogni battezzato, iniziando
dai genitori, è chiamato ad operare.
Il Vangelo di oggi ci esorta ad
essere vigilanti, ad adempiere il compito che ci è affidato. Tutti, infatti,
abbiamo una missione, e Dio ha voluto aver bisogno di ciascuno di noi. Davanti
ai suoi occhi, ognuno è importante, tanto che Cristo è morto per lui, e ci ha
affidato una vocazione. Il suo mandato è rivolto a noi tutti, come ai servi
dalla parabola evangelica. Nessuno può pertanto porsi ai bordi della strada
soltanto per osservare chi passa e magari criticare, ma impegnarsi con la
propria condotta, con la preghiera e con il contributo personale a sostenere
anzitutto gli altri credenti, ad aiutarli a crescere nella fede, ed ampliare il
regno di bontà del Signore nel cuore e nelle istituzioni degli uomini.
Infatti, Gesù diceva: “Come il Padre
mi ha inviato, così io mando voi” (Gv 20,21). E ancora: “Andate e ammaestrate
tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a
osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).
E’ un mandato ricco di contenuti,
che conferma la necessità dei sacramenti, l’importanza dell’apprendimento della
dottrina, la perennità dell’etica evangelica, anche di fronte a proposte
alternative o dissacratorie. Questo messaggio poi è destinato a tutti gli
aspetti della vita, non come imposizione che limiti la libertà, ma fermento che
aiuta a non perdere quanto di positivo è acquisito, a purificarlo da ogni
scoria di male, a farlo progredire ancora, sia nella vita personale che in
quella di famiglia, nella società locale come nelle relazioni internazionali.
E’ un compito vasto, ma anche una sfida incoraggiante: il Signore ha fiducia in
noi, e ci dice: Andate ad annunciare la buona notizia della benevolenza di Dio
verso gli uomini!
Abbiamo bisogno di sentire che non
sempre abbiamo risposto adeguatamente a
tale vocazione, e come ci esorta la prima lettura biblica dobbiamo rivolgerci a
Dio con umiltà e fiducia: “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu
colui che ci forma, tutti siamo opera delle tue mani” (Is 64, 7). Non sono
parole di rassegnazione passiva, ma di affidamento cooperante di chi si accinge
a svolgere un compito, sapendo guardare lontano, perché cosciente di una méta
che lo attende, ma costruttore paziente e costante giorno dopo giorno. Il
Signore, infatti, ci ha detto: “Non abbiate paura… io sono con voi tutti i
giorni, sino alla fine dei tempi” (Lc 12,32; Mt 28,20).