ARCIDIOCESI DI TRENTO
PIANO PASTORALE PLURIENNALE


“Avrete forza dallo Spirito Santo
e mi sarete testimoni”

(At 1,8)


Introduzione
PRIMA PARTE:  I VALORI CHE ISPIRANO IL PIANO PASTORALE
SECONDA:          AMBITI PRIORITARI NEL PROGRAMMA QUINQUENNALE
TERZA:                IL GIORNO DEL SIGMORE LUOGO PRIMARIO PER VIVIFICARE LE COMUNITA’ CRISTIANE
Indicazioni Metodologiche e Priorità Programmatiche

 

Cari fedeli, il Sinodo diocesano del 1985 ha dato una prospettiva generale sulla vita della Chiesa trentina e sugli impegni che l’attendono, ed ha previsto che si elaborino dei Piani pastorali “con respiro pluriennale” (Costituzioni, n. 1,26-28). Un invito simile è espresso anche dal Papa nella Novo Millennio Ineunte, quando afferma che il ”programma di sempre” deve tradursi “in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità” (n.29). In questi anni molte diocesi, con varie formulazioni, hanno elaborato Piani pastorali pluriennali.

 

Introduzione

Per giungere al Piano che sto per presentare, la nostra arcidiocesi ha costituito un’apposita Commissione incaricata di seguirne la progettazione. Sono state consultate le comunità decanali, e nel giugno 2002 a Folgaria si è tenuta una riunione congiunta del Consiglio diocesano Pastorale e di quello Presbiterale. La Commissione ha potuto raccogliere e coordinare un vasto materiale circa le situazioni reali e le indicazioni emerse. Infine, sempre accompagnandosi con la preghiera allo Spirito Santo, nel marzo 2003 si sono riuniti nuovamente i due Consigli diocesani: hanno rivisto il percorso compiuto fino a quel momento, e hanno affidato al Vescovo le loro proposte nate nei gruppi di lavoro e nell’assemblea.

Presento ora nelle pagine che seguono gli elementi basilari del Piano, senza pretesa di poter rispondere interamente a tutte le sensibilità, che ho comunque apprezzato. Una scelta tra i molti suggerimenti emersi era inevitabile. Per accompagnare l’approfondimento di alcune riflessioni e proposte prioritarie sono state elaborate delle schede, che si propongono di accompagnare le scelte pastorali specifiche del Piano stesso.

Nella sua forma pluriennale esso è una prima esperienza per la nostra Diocesi. Parte da un cammino in atto nelle comunità e si propone di proseguire e sviluppare ulteriormente quanto vi è di più vivo, con la convinzione che tutto è perfettibile, anche attraverso l’esperienza. Accogliere il presente Piano pastorale sarà segno di quella comunione ecclesiale che deve animare tutti coloro che, nati dallo stesso Battesimo, guidati dallo stesso Spirito, tendono ai medesimi fini, in questa Chiesa che il Signore ha voluto una, fino a pregare che lo sia come il Padre e nel Figlio.

In un Piano pastorale limitato nel tempo non si può descrivere tutta l’azione della comunità cristiana. Tuttavia, il parlare di ambiti prioritari favorisce la riflessione e la progettazione in ordine alle finalità da raggiungere. L’azione pastorale, effettivamente, tende sempre a realizzare e ad esprimere la realtà della Chiesa che vive la comunione e si impegna nella missione affidatale da Gesù. Ora, succede spesso che la molteplicità delle iniziative e l’affanno delle scadenze portino a mettersi al lavoro senza la lucidità necessaria. Per questo sentiamo il bisogno di partire anzitutto da una riflessione biblico-teologica che sostenga il nostro orientamento.

 

PRIMA PARTE

I VALORI CHE ISPIRANO

IL PIANO PASTORALE

1. L’amore di Cristo ci spinge

”L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più cosi. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,14-20). In questo passo molto denso san Paolo pone al centro della vita cristiana Dio Padre: tutto viene da lui. Egli avvolge da sempre col suo amore il Figlio, lo ha donato a noi e lo ha sostenuto a vivere fino alla morte nella filialità con lui e nella fratellanza verso di noi. L’amore di Cristo per il Padre e per gli uomini, a sua volta, avvolge anche noi, ci sostiene e ci sospinge: ci fa uscire dall’orgoglio o dalla paura di Dio, dalla solitudine e dall’egoismo nei confronti degli altri; ci fa diventare creature nuove, persone consapevoli di essere abbracciate dall’amore paterno di Dio. In tal modo siamo veramente figli di Dio, capaci di riconoscere in ogni uomo un fratello, per il quale Cristo è morto, e di costituire sulla terra la Chiesa, cioè la comunità che vive nella comunione con Dio e con gli uomini. Questa fede rende la Chiesa missionaria per la sua stessa partecipazione all’amore divino verso tutte le nazioni della terra. Noi riconosciamo che tale ministero è avvolto di debolezza da parte degli uomini, ma è efficace perché nella Chiesa Dio stesso parla e opera.

Le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto si ripercuotono fino a noi, che come lui abbiamo potuto scoprire che Dio ci ama in Gesù Cristo. E’ una fede condivisa da tutti i cristiani. Teresa di Calcutta confessava: “Dalla mia fanciullezza il cuore di Gesù è stato il mio primo amore.” Il filosofo protestante danese Soren Kierkegaard: “Noi parliamo di te, o Dio, come se ci avessi amati per primo una volta sola. Invece, di giorno in giorno, continuamente, per la vita intera ci ami per primo”. E’ il punto di partenza per ogni fedele: ”In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

L’inserimento nella vita cristiana è stato appunto un partecipare all’amore trinitario che si è manifestato nell’amore del Padre per Gesù Cristo e nell’amore di Gesù Cristo per il Padre e per noi: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). “Noi viviamo tra il giorno della risurrezione di Cristo e quello della sua venuta. Egli è colui che verrà alla fine dei tempi, per portare a compimento in tutto il creato la volontà del Padre. Per questo il cristianesimo vive nell’attesa, nella costante tensione verso il compimento” (CEI, Comunicare il Vangelo, n. 29).

Dunque, se guardiamo al nostro presente e al futuro, è indispensabile per ciascuno soffermarsi maggiormente su Cristo, poiché pur avendo intravisto il suo amore e la forza della sua salvezza, siamo ancora lontani dal poterci equiparare a san Paolo, che scriveva: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

2. La chiamata alla santità

Tutti siamo chiamati a progredire nell’adesione a Cristo, per rispondere sempre meglio alla sua proposta di un’alleanza nuova ed eterna, per la quale ha versato il suo sangue e si da come pane di vita a noi nei sacramenti. E’ l’impegno costante di ciascun battezzato verso la santità. Nella Novo Millennio Ineunte il Papa ha un’affermazione forte al riguardo: “Non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità” e invita a rileggere il quinto capitolo della Lumen Gentium, osservando che “se i Padri conciliari diedero a questa tematica tanto risalto, non fu per conferire una sorta di tocco spirituale all’ecclesiologia, ma piuttosto per farne emergere una dinamica intrinseca e qualificante”. Giovanni Paolo II spiega come la Chiesa vada vista nella sua appartenenza a Colui che per antonomasia è il Santo, il “tre volte Santo”; “questo dono – prosegue il Papa – si traduce a sua volta in un compito che deve governare l’intera esistenza cristiana” (n. 30).

Al riguardo, san Paolo scriveva ai cristiani di Tessalonica, e oggi lo ricorda a noi: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3). E san Pietro ci esorta: “Diventate santi anche voi, in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo” (1Pt 1,15-16). Facendo eco a questi e ad altri testi, il Concilio ha insegnato che “tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa pienezza è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano... La Chiesa ripensa anche al monito dell’Apostolo, il quale incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti, che furono in Gesù Cristo” (Lumen Gentium, nn. 40-42).

Dobbiamo superare una visione di religiosità statica, e magari soltanto ritualistica, per considerare invece il dinamismo che caratterizza il cristianesimo (cfr. Lc 12,49): esso, infatti, è radicato nella partecipazione alla vita della Trinità, nella quale è pienezza di relazioni. Con il Papa sentiamo che“il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino. ‘Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo’. Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza che non delude” (NMI, n. 58).

La necessità di soffermarci sulla contemplazione di Cristo diventa ancora più urgente se prestiamo attenzione alle responsabilità che come persone e come comunità, abbiamo verso gli altri. Il Papa diceva ai giovani a Toronto nel luglio scorso: “Il XX secolo ha spesso preteso di fare a meno di quella ’pietra angolare’, tentando di costruire la città dell’uomo senza fare riferimento a Lui ed ha finito per edificarla di fatto contro l’uomo! Ma i cristiani lo sanno: non si può rifiutare o emarginare Dio, senza esporsi al rischio di umiliare l’uomo.”

Tale visione cristocentrica e soteriologica è cosi espressa nella prima lettera di san Pietro: “Stringendovi al Signore, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 2,4-5).

Quindi il primo nostro impegno, la nostra priorità fondante, resta quella di conoscere Gesù: è lui che “contemplato ed amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino” (NMI, n. 58). “Attraverso Gesù Cristo, suo inviato nel mondo, il Padre ha manifestato definitivamente il suo desiderio di una vita piena ed eterna per gli uomini e ha attuato tale disegno nella storia” (Comunicare il Vangelo, n. 27). “Compito primario della Chiesa sia testimoniare la gioia e la speranza originate dalla fede nel Signore risorto, vivendo nella compagnia degli uomini, in piena solidarietà con loro, soprattutto con i più deboli” (Ibidem, n.1). Il programma fondamentale della vita sia di ogni cristiano che delle comunità dunque ”si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria e trasformare con lui la storia, fino al compimento della Gerusalemme celeste” (NMI, n. 29).

3. Essere Chiesa di Cristo Risorto

Dalla riflessione precedente emerge che come battezzati non possiamo tirarci indietro nel dare il contributo che la fede cristiana ci esorta ad apportare. Ma vogliamo anche chiederci verso quale Chiesa guardiamo come modello da raggiungere. La risposta è ovvia: quella voluta da Gesù Cristo per la salvezza del mondo! Essa si presenta con due caratteristiche di viva attualità: vorremmo che anche la nostra Chiesa locale esprimesse nella pratica quotidiana quello che teologicamente gia è, cosi che diventi sempre più se stessa, comunità che vive la comunione e la missione.

3.1. La Chiesa è comunione

Luogo di nascita della Chiesa è la comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La Trinità fonda e ispira la Chiesa nella sua unità e diversità. La comunità ecclesiale, come comunione organizzata deve perciò porre molta attenzione alle relazioni anzitutto con Dio, riscoprendo il valore della contemplazione e della preghiera, e quindi anche alla qualità dei rapporti tra le persone. Non è possibile, infatti, essere discepoli di Cristo Risorto se non cercando e vivendo la relazione con gli altri.

Per tradurre in pratica tale spirito, la comunità deve saper valorizzare - iniziando da chi la presiede - i carismi di ogni cristiano e di ogni gruppo, così da diventare comunione di persone, di famiglie e di aggregazioni. Gli istituti religiosi e i movimenti ecclesiali possono e devono dare il loro contributo alla pastorale di comunione. Ciò permetterà una ministerialità ricca e diffusa che realizzi la partecipazione attiva di tutti alla vita della comunità. La sinodalità – nel senso originario della parola: progredire insieme – come prassi normale e caratteristica della vita ecclesiale va sviluppata dappertutto: essa si esprime in luoghi di orientamento (ad esempio, i Consigli pastorali) e in luoghi di coordinamento e azione (ad esempio, le équipes parrocchiali di animazione dei tre settori fondamentali della vita cristiana; la famiglia; la collaborazione tra i formatori, i catechisti battesimali, gli animatori di catechisti, di adulti, di catechesi familiare; le relazioni cristiane nell’ambiente di vita).

Per vivere una reale spiritualità di comunione occorre che cresca effettivamente la condivisione tra i fedeli di una parrocchia. Quest’ultima, e rispettivamente l’Unità Pastorale, rappresenta la forma fondamentale ed accessibile a tutti nella quale avviene, fin dal battesimo e lungo la vita, l’incontro personale con la Chiesa e con il mistero di Dio. Tuttavia, i principi della comunione ecclesiale e la configurazione di numerose parrocchie della nostra Diocesi, ci spingono in ogni caso a valorizzare molto di più il decanato, come già esortava il Sinodo diocesano (Costituz. sinod. 1,57s). Il Consiglio pastorale decanale deve dunque assumere un ruolo programmatico più importante di quello che ha avuto finora.

Inoltre, esso esaminerà quando le condizioni sociali, orografiche e religiose di parrocchie vicine consiglino la convenienza che si avvii una collaborazione più stretta, stabilendosi formalmente in ”Unità Pastorali”. Ritengo, infatti, con fondati motivi, che le vere e proprie Unità Pastorali permettono di rispondere meglio alla natura comunitaria della Chiesa, alla mobilità delle persone, al calo del numero di sacerdoti e combattere quel campanilismo che è contrario all’unità della Chiesa.

Essa, infatti, si configura sull’unico Battesimo, attorno al vescovo; è cattolica, perché sparsa nel mondo intero, in unità con il Papa, destinata ad aprirsi, non a chiudersi in se stessa.

Per promuovere ministerialità e sinodalità risulta fondamentale il contributo convinto e deciso dei sacerdoti, ai quali è richiesto sempre più di saper valorizzare le capacità e le disponibilità dei laici, all’interno di un lavoro di èquipe a servizio di tutta la comunità. A loro volta, i fedeli non possono solo pretendere dal loro parroco, ma dovranno farsi parte attiva di un cammino, condividendo le responsabilità, provvedendo anche finanziariamente al bene comune, facendo fronte alle sfide dell’oggi. Il Papa ha ricordato: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande scelta che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo... Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità” (NMI, n. 43).

3.2. La Chiesa è missione

La Chiesa è per sua natura missionaria (Ad Gentes, n. 1); non è autoreferenziale. ma è convocata e nutrita dalla Parola di Dio (Costituz. sinod. 2,3) ed esiste per annunziare il Vangelo della salvezza. I Vescovi italiani scrivono: “Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa. Questo si attua in primo luogo, facendo il possibile perché attraverso la preghiera liturgica la parola di Dio contenuta nelle Scritture si faccia evento, risuoni nella storia, susciti la trasformazione del cuore dei credenti. Ma ciò non basta. Il Vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani. Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza di vita” (Comunicare il Vangelo, n. 32).

Tale mandato impegna anzitutto i genitori nella formazione cristiana dei figli, ma anche l’intera comunità, a occuparsi della crescita umana e religiosa dei giovani. Da qui nasce l’impegno per la testimonianza e l’accompagnamento da parte di ognuno, e viene la proposta a farsi catechisti che sostengano le famiglie desiderose di educare i figli alla vita cristiana.

La parola di Cristo ”Io mando voi... andate in tutto il mondo” Si riferisce anche alla missione verso coloro che non lo hanno mai conosciuto, che vivano tra noi oppure in nazioni geograficamente lontane, e a coloro che pur battezzati non hanno mai colto la bellezza di un’adesione di vita a Lui. Proseguono i Vescovi italiani: “La missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza... Una Chiesa che dalla contemplazione del Verbo della vita si apre al desiderio di condividere e comunicare la sua gioia, non leggerà più l’impegno dell’evangelizzazione del mondo come riservato agli ’specialisti’, quali potrebbero essere considerati i missionari, ma lo sentirà come proprio di tutta la comunità” (Ibidem, nn. 32.46).

Per questa missione va riconosciuta l’azione di Dio Padre che, fin dal momento della creazione, non cessa di amare gli uomini e di offrire a tutti i suoi doni. La Chiesa ha quindi uno sguardo di rispetto profondo per ogni uomo, perché portatore di valori e creato da Dio; essa vuole scoprire in lui il Dio che agisce anche oggi nella storia di ogni persona e di ogni popolo.

Nel presentare Gesù Cristo come il tesoro più grande affidato alla Chiesa, essa è convinta che solamente in Lui l’umanità riesce a dare senso pieno alla vita e risposte valide agli interrogativi dell’esistenza. Per questo vive e opera la Chiesa: non per dividere, ma per raccogliere in una fraternità di pace; non per frenare la libertà, ma per assicurarla; non per disprezzo verso il bene che si trova fuori di essa, ma per potenziarlo. In tale luce, si comprende anche la necessita di essere anzitutto noi stessi testimoni di unità nell’azione missionaria, favorendo i gruppi missionari parrocchiali e non dividendoci in piccole aggregazioni, ma condividendo un cammino formativo ed attivo con il Centro Missionario Diocesano.

L’evangelizzazione esplicita e la convocazione a far parte del popolo di Dio restano la meta alta verso la quale tendere. Quando questo non fosse attuabile, la spinta missionaria troverà la via per altre realizzazioni positive, ad esempio nel dare il proprio contributo, con non-credenti o con fratelli e sorelle di altre fedi, nell’impegno per il progresso della società, per la vita, per la pace, la giustizia, la trasformazione del mondo, la ricerca inter-religiosa, il primato della vita spirituale.

Un compito particolarmente vasto è quello della Chiesa verso una società come la nostra, nella quale non solo in passato ha rivestito un ruolo importante, ma dove essa è ancora richiesta di fronte alla crisi di valori, per cui le si aprono vasti spazi di presenza e di servizio. Il compito di essere anima della società iniziando dall’apostolato nel proprio ambiente di vita, non è quindi cessato con il progresso economico e con l’avvento della cultura contemporanea, caratterizzati in larga misura dal materialismo e dal nichilismo. La missione ecclesiale domanda anche un dialogo con le istituzioni esistenti e una tensione verso un contesto sociale e politico che ponga sempre più la persona al centro delle sue attenzioni e delle sue scelte. In tale compito possiamo avere a fianco anzitutto coloro che condividono la stessa fede cristiana, in un cammino ecumenico che guarda alla missione della Chiesa.

Alla conclusione di questa prima parte, notiamo che per alimentarsi, la Chiesa si lascia convocare dalla Parola di Dio, la accoglie, la prega e la fa diventare vita. Per questo raccomando di approfondire la familiarità con i testi biblici, via indispensabile per conoscere Cristo. Oltre che insistere sul messaggio evangelico nelle celebrazioni eucaristiche, di cui si parlerà più avanti, raccomando quindi l’istituzione o lo sviluppo dei gruppi biblici (anzitutto tra sposi giovani). Come cammino comune della diocesi si proseguirà nei prossimi anni la proficua esperienza fatta finora nell’accostamento della sacra Scrittura, con questa proposta unitaria:

2003-2004        Vangelo secondo Luca

2004-2005        Vangelo secondo Matteo

2005-2006        Vangelo secondo Giovanni (I)

2006-2007        Vangelo secondo Giovanni (II)

2007-2008        Anno della Bibbia

 

SECONDA PARTE

AMBITI PRIORITARI

NEL PROGRAMMA QUINQUENNALE

La Chiesa è dunque mistero di comunione, popolo radunato dalla Trinità, sacramento, cioè segno e strumento della presenza dell’amore e della missione di salvezza di Cristo nel mondo d’oggi, come ricordava anche il nostro Sinodo diocesano (cfr. Costituzioni Sinodali, n. 1,1; 1,29-30). Tale mistero si concretizza nella Chiesa diocesana, in cui ogni battezzato è intimamente inserito, con la chiamata a parteciparvi responsabilmente come membro vivo dell’unico Corpo (Ibidem, n. 1,2.4).

La vocazione ad essere in Cristo, di cui parlavo nelle prime pagine, viene così vissuta insieme con i fratelli di fede e nell’apertura all’umanità intera: la Chiesa comunione è Chiesa missionaria, cioè una Chiesa sulle strade dell’uomo. Da questa duplice prospettiva – di comunione e di missione – vogliamo ora accostare alcuni ambiti apparsi dall’indagine diocesana come prioritari per il prossimo quinquennio, pur riconoscendo che dappertutto già si sta operando anche su di essi e qualche comunità è più impegnata nell’uno o altro settore.

A) Accompagnare nella fede le famiglie

Tutti riconosciamo che la conoscenza di Cristo e del cristianesimo appresa in età infantile non è sufficiente per una vita adulta, soprattutto se la “catechesi” ricevuta fosse stata finalizzata soltanto alla prima Confessione, alla prima Comunione e alla Confermazione, e non alla vita intera. E’ necessario individuare nuovi percorsi per aggiornare e approfondire la propria esperienza del Signore e della sua Chiesa. Ovviamente andranno proseguite le esperienze utili e le proficue innovazioni già avviate nel cammino d’iniziazione dei ragazzi alla vita cristiana, con un impegno formativo che includa la conoscenza delle verità cristiane, la vita di relazione con Dio, l’inserimento nella comunità ecclesiale e la pratica della carità: l’iniziazione cristiana è, infatti, un processo globale di tipo catecumenale mediante il quale si diventa cristiani.

In tale contesto cercheremo di favorire, durante il quinquennio, un forte coinvolgimento delle famiglie nell’educazione religiosa dei figli, condizione essenziale per la fecondità della stessa e in coerenza con il diritto-dovere formativo dei genitori verso di loro. E’ quindi necessario un impegno sempre più diffuso a livello parrocchiale perché si giunga a una catechesi con la famiglia, in modo che essa diventi ciò che deve essere, ovvero un soggetto pastorale e non una mera destinataria di servizi garantiti da altri. La modalità di tale coinvolgimento, che porta alla catechesi familiare, vanno affrontate nei Consigli pastorali in stretta collaborazione con il Centro Catechistico Diocesano. Un tale approccio richiede un’accentuazione sull’accompagnamento degli adulti e delle famiglie stesse, viste sia come cellule di vita cristiana, sia come le prime comunità che educano i figli alla conoscenza di Cristo. Per molte famiglie sarà necessario prevedere un’animazione per una riscoperta della fede; per giungervi, occorrerà procedere anche per questi adulti in una logica di catecumenato, per aiutarli a riavvicinarsi al mondo della fede e alla vita della Chiesa, riscoprendone la bellezza ed acquistando così la capacità di raccontarla e di testimoniarla anzitutto ai propri figli, e quindi di viverla come Chiesa domestica. Per tali scopi le parrocchie collaborino strettamente con il Centro Diocesano per la Famiglia.

In particolare, sentiamo che sono necessarie e realizzabili alcune scelte pastorali:

a)      promuovere una logica di accompagnamento (più che di ’corso’) dei fidanzati, cercando di favorire, in un clima di cordialità e di confidenza, la presentazione di cosa sia la famiglia cristiana, e di coltivare poi con i coniugi i contatti opportuni, anche tramite coppie esperte, sensibili al bene degli altri;

b)      valorizzare il momento dell’incontro con i genitori che richiedono i sacramenti per un figlio, cercando di far sentire subito un clima caldo e positivo di accoglienza, e quindi mettere le basi per un buon rapporto di stima vicendevole e di alleanza verso un progressivo indispensabile coinvolgimento; si tratta di educare ed evangelizzare la domanda religiosa, non di cancellarla;

c)      promuovere la formazione degli adulti, genitori o meno, proponendo momenti di incontro adatti alle sensibilità e alle possibilità dei partecipanti, e studiando modalità che permettano di valorizzare le disponibilità di ciascuno.

Resta da diffondere inoltre il convincimento che la solidità della stessa famiglia, fondata su una dedizione indissolubile e aperta alla vita, è un bene per tutti, da preservare anche con sacrificio. Invito pertanto ognuno a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà oggettive e dai segni di debolezza che soprattutto in questi anni sono motivo di preoccupazione e sofferenza. Noi crediamo che la Parola del Signore da ancora forza alla speranza. Per questo, vediamo nella preghiera un’esigenza anche per la vita familiare, iniziando fin dal fidanzamento e dai primi mesi dopo il matrimonio. Seguendo l’incoraggiamento del Papa invito a riprendere in forme adeguate l’uso del santo Rosario in famiglia.

Molti sono i campi d’azione quando si parla di famiglia, e una ”scheda” ne illustra l’orizzonte, di fronte alla ricchezza e povertà della situazione contemporanea.


B) Comunicare il Vangelo ai giovani di oggi

Portiamo nel cuore la certezza che il messaggio evangelico è fonte di pienezza di vita anche per i giovani di oggi, ed esso allarga la loro libertà e le loro potenzialità. Se andiamo verso di loro, è per il loro bene. La speranza che ci sostiene è di riuscire a riavvicinarli anche alla vita delle nostre comunità affinché da esse ricevano e ad esse possano portare il loro contributo.

Per quanto concerne l’educazione alla fede dei ragazzi, sono da privilegiare gli itinerari formativi aperti e globali, evitando meccanismi costrittivi. Ciò esigerà anche modalità di accesso diversificate, ma sempre con la finalità di un approccio costruttivo a lungo termine. La catechesi per la vita cristiana dovrà integrarsi con la Pastorale Giovanile, con quella della Carità e, come si notava sopra, con quella della Famiglia, con una continuità anche programmata dagli stessi operatori pastorali. Inoltre durante il quinquennio si cercherà di introdurre una nuova mentalità sull’ampiezza del percorso formativo, e di prevedere almeno alcune esperienze forti di spiritualità per tutti e qualche forma celebrativa per i giovani dell’età 18-20 anni, anche per rispondere ai bisogni della maturità, che non si raggiunge con l’adolescenza.

L’impegno comune sarà dunque di riportare i giovani al centro delle premure e delle attenzioni della stessa comunità parrocchiale. Per questo fine, si dovrà puntare sulla sensibilizzazione di tutta la comunità cristiana - iniziando dal Consiglio Pastorale – e sulla formazione di alcune figure di educatori capaci di entrare più facilmente in contatto con i giovani, anche attraverso gli Oratori, che hanno grandi potenzialità e stanno rinascendo in molte parrocchie, come segno positivo di speranza.

Vorremmo riuscire a sviluppare:

a)      l’offerta di percorsi di educazione alla disponibilità e alla solidarietà (volontariato, carità, missioni, servizio ai ragazzi della parrocchia...), impegnando i giovani in maniera esigente e continuativa, perché si accorgano che la loro vita è importante, è capace di fare, di dare e di aiutare, avviandoli quindi alle responsabilità familiari e a quelle della pubblica amministrazione;

b)      l’opportunità di esperienze interessanti di vario tipo, vissute anche spostandosi, viaggiando, conoscendo altre situazioni e altre realtà per aprire la mente e gli interessi dei giovani e impedire l’appiattimento e il provincialismo. Si abbia cura che tra queste proposte vi siano, come già detto, anche momenti di forte spiritualità, come veri pellegrinaggi, ritiri ed esercizi spirituali, direzione spirituale;

d)      la promozione di iniziative che, accanto a quelle più propositive e pur mantenendo un profilo costruttivo, vengano intraprese per permettere la partecipazione anche di coloro che ancora non si riconoscono pienamente nella comunità cristiana.

Le associazioni, i movimenti ecclesiali, l’Azione Cattolica possono dare un grande contributo per la formazione dei giovani, ma conviene che coordinino i loro sforzi, e nessun organismo si chiuda in “isole” religiose che contraddicono l’ecclesialità. Le associazioni sono chiamate ad essere un ponte con le comunità parrocchiali e con la società civile. Rilancio, infine, l’urgenza che nessuno trascuri la dimensione vocazionale della vita e le scelte di speciale consacrazione. Anche su questo aspetto siamo chiamati a fare la necessaria verifica a livello personale e comunitario.

C) Costruire percorsi di solidarietà

La nostra terra è stata ampiamente fecondata dall’annuncio cristiano; che ha plasmato anche molteplici iniziative a servizio e promozione del bene comune. Del resto, se un approccio alla vita che intenda evitare il male è certamente un primo gradino nella scala etica, esso non è ancora il modo di essere veri cristiani, poiché Cristo c’impegna positivamente alla carità, come stile costante di vita. Infatti, egli ci chiede di essere al servizio degli altri (Mc 10,45; Lc 22,27): quindi l’educazione alla fede e la pratica cristiana includono la solidarietà, anzitutto come prolungamento della relazione filiale con Dio Padre.che diventa relazione fraterna verso gli altri (1Cor 13; Gv 13,12-17).

Nello specifico, che fare? Mi limito a dare alcune indicazioni basilari:

a)      Si tratta innanzitutto di sostenere il volontariato esistente con molteplici forme nel tessuto della nostra comunità trentina e di animare la solidarietà internazionale, contribuendo con l’apporto di prestazioni ma soprattutto con più valide motivazioni. La ricerca del bene altrui non può limitarsi agli aspetti materiali, ma va risvegliata la coscienza che il massimo bene che possiamo recare agli altri è Gesù Cristo.

b)      Un’attenzione particolare dovranno avere i Consigli Pastorali affinché si viva la carità cristiana nei rapporti tra i familiari e tra le famiglie, e nelle stesse comunità parrocchiali. Si tengano presenti le persone isolate, gli anziani, le persone disabili o colpite da malattie, e le famiglie che vivono sotto la soglia della povertà: ve ne sono anche tra noi!

c)      Le comunità cristiane devono lasciarsi interrogare dalla presenza di molti immigrati, offrire loro spazi di incontro, reciproca conoscenza e confronto, e farsi carico soprattutto di coloro che vivono senza possibilità e capacità di integrazione nel tessuto sociale ed ecclesiale. Esorto ognuno a superare le paure e i pregiudizi che spesso circolano nel nostro ambiente nei confronti degli immigrati, evitando le generalizzazioni e le prese di posizione ideologiche.

Occorre uno sforzo positivo per avvicinare senza preconcetti questi mondi culturali e religiosi diversi, ma anche i vissuti e le storie personali e familiari.

-       In particolare vanno aiutati a inserirsi anche nelle nostre comunità ecclesiali,con un contributo proprio, i cristiani di altre nazioni; a tal fine si cercherà di far conoscere le possibilità esistenti o in via di sviluppo a livello diocesano.

-       Le comunità cristiane promuovano iniziative comuni, dove a tutti – trentini e immigrati – sia data la possibilità di esprimersi e di concorrere in qualche modo alla costruzione di una società più umana e più solidale.

Infine, tenendo conto della funzione pedagogica della Caritas, si dovrà ottenere che tutti i decanati abbiano entro il quinquennio una Caritas decanale, mentre auspico che si prosegua la diffusione anche delle Caritas parrocchiali o almeno interparrocchiali.

 

TERZA PARTE

IL GIORNO DEL SIGMORE

LUOGO PRIMARIO PER VIVIFICARE LE COMUNITA’ CRISTIANE

Il centro dell’attività pastorale resta la celebrazione eucaristica. Scrive il Papa nella recente Enciclica sull’Eucaristia: “Il Concilio Vaticano II ha ricordato che la Celebrazione eucaristica è al centro del processo di crescita della Chiesa... C’e un influsso causale dell’Eucaristia, alle origini stesse della Chiesa... Da quel momento, sino alla fine dei secoli, la Chiesa si edifica mediante la comunione sacramentale con il Figlio di Dio immolato per noi... Unendosi a Cristo, il Popolo della nuova Alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa ’sacramento’per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra per la redenzione di tutti” (Ecclesia de Eucharistia, nn. 21-22).

Per riuscire in questo, bisogna ridare valore e attrattiva al “giorno del Signore”, favorendo le iniziative che permettono alla comunità di sentirsi unita, convocata da Dio, presente sul territorio, al servizio gioioso della vita degli uomini, contenta di celebrare la fede nel Signore Risorto. Tutta la domenica diventa un’opportunità di vita cristiana, di forza, di esperienza socializzante e di comunione con Dio, indispensabile dimensione di una civiltà che tenderebbe al materialismo e all’edonismo. La domenica è anche giorno che celebra un’appartenenza: giorno quindi dell’assemblea.

Alcuni di noi amano ripetere: ”Più Messa, meno Messe”: è un’affermazione giusta solo nel senso che non serve moltiplicare Messe celebrate con superficialità e più volte al giorno disperdendo i fedeli in piccole aggregazioni; sarebbe invece deleterio se l’espressione indicasse che ogni incontro di preghiera equivale all’Eucaristia. Si dovrà anche spiegare il senso del precetto della Chiesa, che non ha perso il suo valore.

La domenica è inoltre giorno opportuno per altri momenti di preghiera; tra questi raccomando i Vespri. Ciò vale anche per chi fosse impossibilitato a partecipare all’Eucaristia, e li dove non fosse effettivamente possibile averne la celebrazione, nemmeno con un sacerdote che faccia parte occasionalmente della comunità. La preghiera non può mancare e possibilmente sia comunitaria!

Per questo si richiede di celebrare l’Eucaristia domenicale in maniera gioiosa e partecipata, riuscendo a far confluire in essa la vita concreta della settimana e chiamando tutta l’assemblea a sentirsi coinvolta, dalle famiglie con i figli, agli anziani, ai gruppi parrocchiali e associazioni, curando anche i commenti e l’omelia, come la formazione degli animatori della liturgia: cori, chierichetti, lettori, sacristi, ecc. Ogni comunità è comunque impegnata in celebrazioni eucaristiche che favoriscano la preghiera e l’impegno per le vocazioni sacerdotali.

Il giorno del Signore permette di organizzare altri momenti di incontro dove si possa far maturare lo spirito di attenzione agli altri e di fraternità fra tutti - iniziando a coltivare tali sentimenti tra i ragazzi e i giovani - e dove ci si senta stimolati a scoprire la dimensione del servizio e della carità. Inoltre è il momento più propizio per la lode al Creatore. Il medesimo approccio globale va tenuto presente in occasione di incontri di lavoro, di preghiera, di catechesi o di amicizia anche durante la settimana, così che si possa esprimere e far crescere la familiarità fra quanti si trovano nello stesso cammino e la missionarietà verso tutti. Naturalmente questo suppone che si possa disporre di spazi e di occasioni, insistendo presso le famiglie e le associazioni di volontariato laico sulla necessità di un tempo riservato alla vita spirituale e alla pratica religiosa.

Nella domenica o in altro giorno, sarà necessario prevedere, almeno a livello decanale, momenti di riflessione e di ricerca ai quali possano aderire anche coloro che sono in un cammino di “catecumenato” e di riscoperta della fede o che non si sentono ancora in sintonia piena con la celebrazione eucaristica della comunità (vedi: incontri su tematiche culturali o di preghiera stile GMG, gruppi della Parola, celebrazioni per categorie di persone, ecc).

 

INDICAZIONI METODOLOGICHE

E PRIORITA’ PROGRAMMATICHE

1.    Il presente Piano Pastorale sara inviato durante il prossimo mese di settembre, insieme con gli allegati, a tutte le Parrocchie e alle Comunità religiose come alle Associazioni riconosciute ecclesialmente. Tuttavia dalla sua presentazione ai Consigli diocesani, nel giugno 2003, inizia il tempo di una riflessione di approfondimento e quindi di valorizzazione dei suoi contenuti, in spirito di comunione e di gioia per la vocazione fattaci dal Signore di vivere in questo tempo. Tra settembre e ottobre si terranno quindi assemblee a livello di Zona pastorale, istituzione che continua nella sua funzione di servizio alle comunità locali. In tali incontri, io stesso personalmente o tramite un mio delegato presenterò ufficialmente il Piano affinché venga assunto e fatto proprio sul territorio, in modo adeguato alle varie situazioni, sviluppando sul posto quanto è da considerarsi più urgente. Per riuscirvi, si terrà conto di quanto finora esposto e di queste indicazioni finali.

2.    Anche in un contesto ecclesiale profondamente mutato rispetto al recente passato, va comunque apprezzata e preservata la vitalità di ogni Parrocchia, comunità di fede, di preghiera e di amore, valorizzando il suo Consiglio pastorale,quello per gli affari economici e gli altri collaboratori pastorali, o i loro rappresentanti nell’ambito del Consiglio dell’Unità Pastorale. La Parrocchia è chiamata ad essere cellula viva della Diocesi, a rispondere ai bisogni formativi, spirituali e organizzativi della popolazione, a offrire proposte attraenti di vita cristiana genuina e ad accompagnare adeguatamente tutti coloro che si avvicinano con curiosità o interesse alla fede cristiana. Per queste finalità come per i valori sopra esposti, e per altri fattori del momento storico attuale (come la diminuzione dei preti e dei praticanti, la complessità culturale ecc.), sempre più le parrocchie saranno chiamate a lavorare insieme, sia nelle forme già stabilite dei decanati e della cooperazione interparrocchiale come anche nelle Unità Pastorali, da avviare pure strutturalmente.

3.    I decanati, tramite i Consigli pastorali, appaiono i luoghi più appropriati per l’assunzione delle linee e delle scelte operative del Piano a livello locale. Spetta a loro il compito di rivisitare le considerazioni biblico-teologiche sopra esposte e predisporre le comunità a una lettura attiva e convinta degli orientamenti dati, cosi che le parrocchie diventino anche laboratori di solida azione pastorale. Ogni comunità decanale prenda in esame in maniera collegiale gli aspetti più significativi della propria realtà pastorale, e consideri la necessità di mettere in rete le parrocchie del territorio per meglio realizzare quei servizi pastorali che non sono alla portata delle singole comunità parrocchiali. Valutino quindi le proprie risorse e si cerchi insieme ciò che è possibile raggiungere.

4.    Compito dei decanati sarà dunque quello di studiare le collaborazioni possibili e le Unità Pastorali da istituirsi sul territorio, stimolando le parrocchie perché inizino a delineare almeno alcuni percorsi di condivisione, di servizio e di coordinamento, in un costante dialogo tra carisma e istituzione, vita vissuta e sostegno strutturale. Occorrerà una cura particolare per far nascere le richieste di Unità Pastorali, e ad esse si risponderà con un coinvolgimento diocesano. Non si tratta di un aggiustamento funzionalistico, ma di una visione di Chiesa. Si cercherà in ogni modo di favorire la socializzazione tra paesi diversi, assicurando un appoggio dove ci sono difficoltà maggiori a realizzare la missione della Chiesa.

5.    I Centri diocesani di pastorale e di formazione, gli Istituti religiosi, l’Azione Cattolica, le Associazioni e i Movimenti ecclesiali a dimensione diocesana,sono chiamati anch’essi ad approfondire lo studio del Piano per dare il proprio apporto nell’attuazione degli orientamenti e delle scelte proposte. Trattandosi di una esperienza che dovrebbe diventare normale anche nella vita della Chiesa di Trento, si fa capo agli organismi diocesani esistenti, eventualmente da adeguare con l’esperienza ricavata dalla progettazione pastorale.

6.    Per il primo anno (2003-2004) è proposto a tutte le comunità – oltre che un avvicinamento diffuso al Vangelo secondo il testo trasmessoci da san Luca - un indispensabile approfondimento dei temi sopra esposti. Le comunità curino fin da subito il modo di vivere il giorno del Signore così che alimentino il proprio sforzo missionario e trovino energie per un adeguato progettare pastorale. I tre obiettivi prioritari proposti nella parte seconda di questa mia lettera (ossia le famiglie, i giovani, la solidarietà) saranno richiamati anzitutto nell’omelia, nello stile delle celebrazioni festive, nell’impostare la giornata come momento ricco di vita nella e della comunità; così ci si avvia a una reale pastorale d’insieme che favorirà intensità di impegno e di comunione. I passi progressivi verso la condivisione e le stesse Unità Pastorali saranno costanti durante il quinquennio.

7.    Nella primavera prossima si farà una prima verifica dell’avvio del Piano, e quindi si passerà a dare indicazioni sulla sua applicazione negli anni successivi. Partendo in ogni caso dalla centralità pastorale del dies Domini, i tre ambiti diventeranno a loro volta priorità unanimi.Ogni anno, poi, con la collaborazione dei Consigli Diocesani, dell’OSPaD e sentiti i Decani, si farà una verifica del cammino in corso e delle accentuazioni riscontrate, come altresì dei percorsi assunti insieme a livello diocesano. Nelio stesso tempo ci si accosterà ai testi della sacra Scrittura secondo il calendario indicato sopra, cogliendo in essi soprattutto quegli aspetti che si collegano con l’ambito prioritario proposto.

Affidiamo questo Piano alla speciale protezione di Maria, alla quale ci siamo rivolti con il santo Rosario particolarmente in questo mese di maggio. Anche la Vergine Santissima fu chiamata alla fede e assunse una missione, restando poi pellegrina nella vita di relazione con Cristo, nel cammino della santità, nella dedizione al prossimo. Il testo è da me concluso e firmato oggi nella festa dei santi Sisinio, Martirio e Alessandro, missionari e martiri, che pellegrini e insieme ”nutritori della fede”, sempre in cerca dell’affetto della Madre Chiesa, seppero dare testimonianza, con il loro esempio vivente, di quel Cristo Risorto che predicavano. Siamo certi che dal cielo ancora ci accompagnano nella nostra missione.

Trento, 29 maggio 2003                                             + Luigi Bressan   Arcivescovo

Parrocchia di Molina di Fiemme