Arcidiocesi di Trento
Piano Pastorale Diocesano
“Avrete forza dallo Spirito Santo
e mi sarete testimoni”(At. 1,8)
Progetto biennale
2006-2008
28 ottobre 2006
Festa dei santi Apostoli Simone e Giuda
INTRODUZIONE
“Dal Crocifisso Risorto nasce la speranza, dalle Sue piaghe la salvezza”. Lo abbiamo cantato più volte nei mesi scorsi attorno al Convegno ecclesiale nazionale di Verona e l’inno fa parte ormai del repertorio di molti cori delle nostre comunità, che pur nella fatica di ogni giorno sono messaggere di speranza. Esso infatti proseguiva: “nella Sua luce noi cammineremo, Chiesa redenta dal Suo amore”. È sempre guardando a quell’amore, che ci spinge a una risposta (cfr. 2 Cor 5,14), che noi ci incamminiamo verso rinnovate vie di servizio pastorale alla nostra gente.
Il Progetto pastorale biennale per gli anni 2006-2008 rappresenta la seconda tappa di attuazione degli Orientamenti indicati nel Piano Pastorale Diocesano (qui abbreviato con la sigla Ppd) valido per il quinquennio 2003-2008 “Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni” (cfr. At 1,8) ed è il frutto di un percorso di verifica e di consultazione effettuato dal Consiglio Pastorale diocesano, dal Collegio dei Decani e dal Consiglio Presbiterale, nonché dai Centri e Uffici pastorali diocesani. La stesura del testo è stata assunta dall’Ufficio di Coordinamento pastorale con l’apporto del Gruppo Diocesano per il Piano pastorale e con la consulenza dell’Osservatorio Socio-Pastorale Diocesano. A tutti loro va la riconoscenza per il lavoro svolto.
Il Progetto pastorale biennale 2006-2008 propone:
· Innanzitutto l’evangelizzazione, a partire dall’esperienza ecclesiale di “Gesù risorto, speranza del mondo”, come prospettiva che motiva e orienta l’azione pastorale (Prima parte). L’uomo conserva le stesse domande fondamentali sulla vita e la relazione con Dio e quelle più immediate nelle relazioni con il quotidiano; porta anche paure per un futuro incerto o per fantasmi che avverte minacciosi; sono gli interrogativi e i timori di ieri e di sempre, ma sembra emergere anche un fattore nuovo: la delusione. Delusione per il fallimento dei messianismi politici, tristezza per uno smarrimento sul senso della vita e per un’esistenza frenetica ma non felice, delusione anche in campo ecclesiale per una certa dispersione, calo di vocazioni di speciale consacrazione e la fatica di attuare il rinnovamento conciliare, delusione e stanchezza per un’azione pastorale che sembra incidere sempre meno nelle coscienze e nei comportamenti della nostra gente, sulle strutture mondiali, sull’anelito missionario. Come portatori di una grande gioia che è per tutto il popolo (cfr. Lc 2, 10) non possiamo non reagire. Ci ha aiutato il Convegno ecclesiale di Verona, ricordando segni di speranza e soprattutto la fede in Gesù risorto e vivo in mezzo a noi. Vivere da testimoni della speranza (1Pt 3,15), è ciò che dobbiamo a questo nostro mondo. Dio Padre infatti ci ha rigenerati in Gesù Cristo “per una speranza viva” (1Pt 1,3), una speranza che impegna nel quotidiano e nello stesso tempo dà un’ampia visione sull’eterno (cfr. Rm 5,5; 1Pt 1). Resta quindi fondamentale il richiamo allo studio della Sacra Scrittura, e specialmente dei Vangeli, e al Giorno del Signore, temi già messi in luce nei testi precedenti.
· In secondo luogo, questo Progetto indica quattro ambiti prioritari di intervento (secondo il Pdp già approvato) che sollecitano la creatività e l’impegno delle comunità cristiane per il prossimo biennio (Seconda parte): in realtà, due di essi indicano direzioni che richiedono una nuova attenzione pastorale, mentre gli altri due continuano e approfondiscono il lavoro già avviato secondo le priorità indicate nel Progetto biennale precedente.
Tutti siamo coscienti che ci troviamo di fronte a una varietà di situazioni parrocchiali e decanali diversificate sia per consistenza numerica che per formazione e per percorsi compiuti, e talora sentiamo il peso della risposta che le sfide dell’oggi domandano, ma siamo sempre convinti che la Chiesa è, e deve essere ancor più, “casa e scuola di comunione” e quindi occorre promuovere unità anche di progetti pastorali, contando sul valore dell’ecclesialità e su Gesù risorto; a Lui noi apparteniamo; in Lui, che è la speranza per il mondo e per ciascun uomo e ciascuna donna, viviamo l’impegno di incarnare e annunciare la Buona Novella di Dio. Gesù ci ha invitati a pregare, poiché il Padre dona lo Spirito buono a chi lo chiede (Lc 11,13): egli fa fruttare anche la nostra povertà; ci sollecita a impegnarci in un’opera che sappiamo resa fertile da Lui (cfr. Is 55,10s.; Lc 8,11). Anche il compito di seminare la speranza in un mondo dominato dalla delusione e dalla paura del domani rientra in tale mandato, per attuare il quale il Signore non ci lascia soli (cfr. Gv 14,18).
Questa certezza è alimentata da un’intensa vita interiore, sostenuta dalla Parola di Dio e dai Sacramenti, vita fatta di silenzio e di preghiera, che è condizione indispensabile per ogni attività umana e ancor più per la nuova evangelizzazione. Un certo spirito tipico dell’uomo che presume di “farsi con le proprie mani”, sonnecchia però sempre dentro i cristiani, e l’attivismo per i “mirabili traguardi” della tecnica e dell’economia intacca anche noi, sollecitando la convinzione che basti programmare e fare, per vedere risultati concreti nelle nostre comunità cristiane del Trentino.
Il primato nella vita dei singoli e delle comunità va dato alla chiamata alla santità, altrimenti saremo incapaci di comunicare la grazia del Risorto che fa nuove tutte le cose (cfr. Is 43,19; Ap 21,5).
Forse le proposte di questo nuovo Progetto appaiono, rispetto ad alcune situazioni, utopistiche: non si pretenda di raggiungere il vertice, ma di avanzare di qualche passo concretamente e in modo più corrispondente alla riflessione teologica e all’evolvere della nostra società trentina. Non ogni parrocchia potrà attuare in un biennio tutte le proposte che seguono, ma a livello decanale si può innestare un cammino che sappia non accrescere le attività, ma orientarle in modo più efficace e coordinato.
PRIMA PARTE
TESTIMONI DI GESÙ RISORTO, SPERANZA DEL MONDO
Questo testo viene consegnato alle comunità cristiane del Trentino all’indomani della celebrazione del 4° Convegno Ecclesiale nazionale, svoltosi a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006, di cui vuole accogliere alcuni stimoli essenziali, rinviando per l’approfondimento alle indicazioni date dal nostro Piano pastorale diocesano (cfr. la prima parte sui valori ispiranti), dal magistero di Papa Benedetto XVI, dagli Orientamenti pastorali (2000-2010) della CEI Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia e da quello successivo sul Volto missionario delle Parrocchie, dagli Atti del 4° Convegno Ecclesiale Nazionale “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” e dal suo Messaggio finale alle Chiese italiane.
1.1 Il dinamismo dell’evangelizzazione…
Il dinamismo dell’evangelizzazione in un mondo che cambia è promosso e alimentato da una vera passione per le donne e gli uomini del nostro tempo e in special modo per le giovani generazioni, alle quali va sempre nuovamente offerta la proposta del Vangelo e la sua risposta alle aspirazioni della ragione e del cuore di ciascuno. Per questo le nostre comunità cristiane devono maturare la capacità di intercettare, valorizzare e farsi carico delle domande, dei problemi e delle attese degli uomini di oggi. È condividendo queste aspettative – in tutti i livelli nei quali esse si manifestano, materiali e spirituali, psicologici e morali – che il Vangelo della speranza può essere comunicato incrociando le diverse problematiche umane, culturali e sociali in cui siamo immersi.
L’annuncio di Gesù Risorto, che scaturisce da un’esperienza comunitaria centrata in Cristo, dovrà essere rivolto a chiunque: sia all’interno della comunità cristiana, a cui appartengono anche cristiani che si proclamano tali senza esserlo nella vita o che stanno “sulla soglia” delle nostre comunità, sia all’esterno e in modo particolare a quei giovani che non conoscono Cristo, eppure sono affamati di un senso per la vita, e ai non-battezzati (italiani o stranieri), che in Cristo troverebbero il dono più bello della loro vita.
Le domande e le attese di tutti vanno lette come il segno misterioso della grazia divina in ogni persona e in ogni cultura, per cui ci impegniamo a riconoscere sempre la positività che è presente nel nostro tempo, e “tirarla fuori” (e-ducere, appunto, da cui “educazione”) come un dono che Dio vi ha posto perché il Verbo vi possa portare la Sua luce.
È necessario sviluppare meglio il “discernimento comunitario” (anzitutto a livello decanale) cioè la capacità di leggere in profondità, guidati dallo Spirito Santo, la situazione di tante persone. A volte infatti siamo più preoccupati di rispondere prontamente e con concretezza alle questioni che emergono, invece che di attivare una lettura comunitaria e sapienziale delle medesime, chiedendoci come esse possano diventare novità di vita attraverso l’evangelizzazione.
L’andare verso ogni uomo e donna dovrà cercare di evitare il rischio di concentrarci unicamente sulla nostra esperienza, che chiede di essere superata attraverso un dialogo continuo con la cultura, o meglio con le culture odierne, nei loro diversi linguaggi. Ciò si mostra tanto più urgente, quanto più la nostra società diviene pluralistica negli aspetti culturali e religiosi.
Infine dobbiamo impegnarci ad una continua rielaborazione del nostro linguaggio per “tradurre” il Vangelo di Gesù Risorto “in italiano” del 2000, per evitare di trovarci ad esprimere con parole vuote o inadatte la speranza escatologica cristiana, senza incontrare la vita dei nostri contemporanei. Questo si realizza se ci sarà un impegno costante per la formazione spirituale, teologica e pastorale.
1.2 … alimentato dalla “speranza viva” donataci mediante Gesù Cristo, risorto dai morti…
La stagione culturale presente ci richiede una coscienza più matura della missione della Chiesa. Se teniamo viva la preoccupazione per la distanza che va crescendo tra la mentalità attuale prevalente e la proposta della fede cristiana e non scendiamo a facili accomodamenti, conserviamo desta la specificità cristiana cioè la novità della nostra speranza.
Ogni uomo coltiva speranze e ciò esprime una sete radicata nel cuore dei singoli e nelle aspirazioni di ogni popolo. Le forme pratiche con cui ognuno spera, ci introducono a capire e a vivere il Vangelo cristiano della speranza, e ci aiutano a sperimentare anche oggi che cosa sia la ‘speranza viva’. Pure nel tempo della società “fluida” e ripiegata sull’immediato, l’attesa di futuro permane ed esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale. Per questo il cristiano non solo spera per sé, ma anche per il mondo; la Chiesa è definita anche Sacramentum Spei.
La speranza cristiana, che è Gesù Risorto, è messa in noi da Dio che (come già scrivevo) “nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva” (1Pt 1,3). Questa speranza ha la forma della promessa che è prefigurata nelle esperienze della vita umana e sociale: negli affetti e nelle relazioni, nell’azione operosa dell’uomo e nel desiderio di libertà e di festa, nella dedizione fino al martirio di tanti credenti, nelle molte iniziative di carità e di solidarietà, nelle esperienze con cui l’esistenza minacciata è promossa, nei modi della trasmissione della vita e dell’educazione culturale, nelle forme complesse e attraenti della comunicazione mass-mediale, nel legame sociale di una appartenenza condivisa alla “città”. Noi sentiamo di dover valorizzare ed estendere questi segni storici di speranza, proprio perché sapendo guardare al futuro comprendiamo il valore del presente, come afferma il Messaggio del IV Convegno Ecclesiale: “La nostra speranza è una Persona: il Signore, crocifisso e risorto. Il Lui la vita è trasfigurata: per ciascuno di noi, per la storia umana e per la creazione tutta. Su di Lui si fonda l’attesa di quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza”. Il nostro compito sarà di rendere visibile “quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza” (dal discorso del Papa).
1.3 … richiede testimoni della speranza.
È la Chiesa che dà testimonianza nel mondo della speranza da cui è generata; infatti, solo la “speranza viva” ci garantisce le risorse specifiche per la comunione ecclesiale che è unità nella varietà e nell’universalità ed è da questa comunione (che pulsa in ogni singola comunità e Chiesa locale e tra le diverse Chiese) che scaturisce la missione, e viceversa, poiché la comunione non è solo un metodo ma anche un fine. Essere testimoni ha dunque un orizzonte ecclesiale, un compito sacerdotale, una dinamica spirituale.
Ciò esige la cura della formazione, il riconoscimento dei doni di ciascuno, la creazione di nuovi ministeri, la responsabilità che deve essere richiesta e riconosciuta, l’autonomia per l’impegno nel mondo, nella professione, negli spazi politici, sociali e culturali, nella missione ad gentes. Il laico, come testimone, dovrà ‘immaginare’ un triplice spazio di cura di sé, in particolare la sua vocazione formativa, comunionale e secolare.
In conclusione mi piace fare mio e proporre qui alle comunità cristiane trentine almeno una parte del Messaggio alle Chiese particolari in Italia inviato dal 4° Convegno Ecclesiale nazionale, del quale ho già citato sopra alcune linee:
Noi desideriamo vivere già oggi secondo questa promessa e mostrare il disegno di un’umanità rinnovata, in cui tutto appaia trasformato.
In questa luce, vogliamo vivere gli affetti e la famiglia come segno dell’amore di Dio; il lavoro e la festa come momenti di un’esistenza compiuta; la solidarietà che si china sul povero e sull’ammalato come espressione di fraternità; il rapporto tra le generazioni come dialogo volto a liberare le energie profonde che ciascuno custodisce dentro di sé, orientandole alla verità e al bene; la cittadinanza come esercizio di responsabilità, a servizio della giustizia e dell’amore, per un cammino di vera pace.
Non ci tiriamo indietro davanti alle grandi sfide di oggi: la promozione della vita, della dignità di ogni persona e del valore della famiglia fondata sul matrimonio; l’attenzione al disagio e al senso di smarrimento che avvertiamo attorno e dentro di noi; il dialogo tra le religioni e le culture; la ricerca umile e coraggiosa della santità come misura alta della vita cristiana ordinaria; la comunione e la corresponsabilità nella comunità cristiana; la necessità per le nostre Chiese di dirigersi decisamente verso modelli e stili essenziali ed evangelicamente trasparenti.
Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che la via maestra della missione della Chiesa è l’“unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi”. La verità del Vangelo e la fiducia nel Signore illuminino e sostengano il cammino che riprendiamo da Verona con più forte gioia e gratitudine, per essere testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.
Gli ambiti di intervento che in questa parte vengono indicati richiederanno un’appropriazione differenziata secondo le possibilità e le risorse dei diversi soggetti pastorali e daranno il via a progetti che potranno riguardare i differenti livelli della progettazione pastorale: livello parrocchiale, interparrocchiale, decanale, tra centri diocesani pastorali. Certamente, alcuni obiettivi possono essere raggiunti solo attraverso un lavoro d’insieme tra parrocchie o a livello decanale. Un esame di quanto sia possibile attuare, dovrà essere effettuato soprattutto a quest’ultimo livello, anche per potenziare i Consigli pastorali decanali; lo vogliono il Sinodo Diocesano e il Piano pastorale.
Come già ricordato, due obiettivi intendono suscitare nuove attenzioni nelle comunità cristiane, e cioè:
- Gli adolescenti e il Vangelo: le comunità cristiane si interrogano.
- Scegliere e formare educatori della carità.
Altri due obiettivi continuano e approfondiscono il lavoro già avviato nel biennio precedente:
- L’Iniziazione Cristiana con la famiglia.
- Le comunità cristiane ripensano la pastorale d’insieme sul territorio.
Spesso le comunità cristiane riconoscono la difficoltà ad agganciare ed accompagnare gli “adolescenti” e si osserva pure, da parte degli adulti, che ci si accontenta volentieri della disponibilità spontanea di qualcuno che rischia di rimanere poi piuttosto isolato, quasi ‘delegato’ a un servizio complesso e sfidante, mentre la comunità si occupa d’altro.
L’ascolto e l’accoglienza degli adolescenti richiedono un rinnovato impegno: si può riferire all’impegno verso gli adolescenti quanto la CEI - nel documento Educare i giovani alla fede (1999) - esprimeva a riguardo dei giovani: “Occorre assumere categorie interpretative che aiutino a conoscere e a comprendere le domande di sempre dei giovani, ma anche le loro nuove culture, i linguaggi sempre più variegati e gli strumenti con cui si esprimono, con forme e modalità spesso di non facile interpretazione per il mondo degli adulti. Evitando atteggiamenti di rifiuto, dobbiamo giungere a discernere il “vero” che queste culture presentano sotto le vesti del “nuovo”. L’ascolto e la compagnia impegnano in una duplice direzione; da una parte chiedono di superare i confini abituali dell’azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità, dicono le attese e formulano i loro sogni; dall’altra esigono uno sforzo di personalizzazione, che faccia uscire ogni giovane dall’anonimato delle masse e lo faccia sentire persona ascoltata e accolta per se stessa come un valore irripetibile”[1].
Nella diocesi diversi adulti e giovani educatori entrano in contatto con gli adolescenti in varie forme e a diverso titolo. Per citarne alcuni: i parroci e/o i vicari parrocchiali con mandato per la pastorale giovanile, coloro - anche religiosi e religiose - che si occupano di pastorale vocazionale, gli insegnanti di religione, gli animatori di gruppi di adolescenti, le diverse figure di giovani-adulti che gestiscono gli oratori (oratorio inteso sia come edificio dedicato alle attività sia, più semplicemente, come insieme di attività rivolte a ragazzi e adolescenti), gli animatori di movimenti ecclesiali, i catechisti che accompagnano i preadolescenti alla Cresima e in esperienze di post-Cresima, i gruppi-famiglia che si confrontano sull’impegno educativo verso i propri figli adolescenti, i responsabili di iniziative educative che consentono ad adolescenti di sperimentarsi nel servizio e di conoscere le problematiche e le risorse della globalizzazione, i gruppi missionari e le associazioni sportive o di volontariato, ecc. Non è vero dunque che non vi siano iniziative e che non si possa fare nulla. Tutti i soggetti or ora menzionati ed altri ancora rappresentano delle risorse per permettere alle comunità cristiane di interrogarsi, di elaborare un proprio discernimento pastorale e svolgere la loro missione anche verso gli adolescenti.
a) una prima tappa del ‘bilancio/valutazione delle esperienze in atto’ e dei risultati conseguiti. Spetta al Consiglio Decanale fare un tale bilancio sulle esperienze e sulle lacune; esso può coinvolgere diversi soggetti del territorio sopra indicati con lo scopo di individuare i punti forti e quelli critici, trovare piste di lavoro più corrispondenti alle analisi fatte e
b) in una seconda tappa, dar corso a sperimentazioni che possono prendere due fisionomie:
- sia nel senso di dare continuità agli interventi già avviati, qualificandoli sempre meglio, ad esempio con la realizzazione di itinerari o moduli di formazione alla fede e alla vita nella Chiesa in una visione di vita come scelta vocazionale - compresa quella per la vita religiosa e sacerdotale - spazi di celebrazione della fede e di festa…
- sia nel senso di realizzare un’azione innovativa, ad esempio: uno specifico progetto di oratorio o di tempo oratoriale dedicato ad adolescenti, la costruzione di spazi per dare e raccogliere la parola degli adolescenti stessi magari attorno ai temi del Convegno di Verona (le relazioni affettive, l’esperienza della fragilità umana, l’impegno di cittadinanza, la dinamica studio/lavoro-festa… il rapporto con le altre generazioni, la solidarietà mondiale), l’organizzazione di eventi di contatto per una cerchia più larga di adolescenti e che pongono al centro valori umani o temi emergenti dalla cultura odierna, la condivisione di esperienze che permettono di conoscere “nuovi mondi” anche se geograficamente molto vicini, incontri con popoli diversi…
Sia per il primo percorso come per il secondo sono a servizio i Centri diocesani, iniziando da quello di Pastorale Giovanile, ma potendosi ricorrere utilmente anche a quello Missionario, Catechistico, della Scuola, del Turismo e Sport, alla Caritas Diocesana, alla Fondazione Migrantes, ecc.
Attraverso un tale lavoro pastorale ci si attende anzitutto dalle comunità:
· la coscienza di una responsabilità condivisa;
· un risveglio di responsabilità e di disponibilità di figure educative di adulti o di giovani/adulti al servizio educativo verso gli adolescenti;
· l’identificazione di opportuni e diversificati percorsi di accompagnamento, adeguati alla situazione di vita degli adolescenti oggi; la progettazione di un percorso a livello decanale per la scoperta delle diverse vocazioni;
· l’attuazione di “reti di collaborazioni” tra parrocchie o decanati nei percorsi di accompagnamento e nelle esperienze da offrire;
· un ripensamento della realtà degli Oratori in prospettiva più ‘missionaria’.
Il Centro Diocesano di Pastorale giovanile sosterrà questo discernimento e i progetti che ne scaturiranno, valorizzando gli organismi già presenti come il Coordinamento sacerdoti di Pastorale Giovanile e la Consulta Diocesana Giovani.
La scelta prioritaria di un settore del mondo giovanile non sminuisce l’importanza degli altri, ma fa parte di quel discernimento e di quel cammino unitario che molti invocano e che si è individuato dopo larga consultazione. Anche le Associazioni e i Movimenti ecclesiali sono invitati a dare il loro contributo in sinergia ecclesiale. Gli adolescenti cercano la vita: il Signore Gesù è venuto perché l’abbiano in pienezza (Gv 10,10). Il nostro affetto per loro ci porta a far scoprire a loro quell’Amore.
Con queste iniziative si intende promuovere una accresciuta specifica ministerialità a favore della comunità, in un ambito essenziale come è quello dell’educazione e della testimonianza della carità. È innegabile che nel Trentino vi siano varie forme di volontariato, nate da un’educazione cristiana, anche se non tutte formalmente legate alla Chiesa. Vi sono tante espressioni di carità, come nelle famiglie, nelle comunità terapeutiche, verso migranti e stranieri, nelle cooperative sociali, senza menzionare quella carità nascosta ma quotidiana della mano destra che non è noto nemmeno “alla mano sinistra”, la carità dell’esserci, del pregare, del far compagnia, come pure del dono materiale non registrato se non dal Signore. È una dimensione spesso caratterizzata da spontaneità e disponibilità. Resta da far nascere un legame più solido nei confronti della comunità cristiana, che dovrebbe crescere in consapevolezza e responsabilità condivise ed aiutare tutti a saper vedere le povertà esistenti e vivere il comandamento dell’amore fraterno in modo più pieno e comunitario.
Alla Celebrazione eucaristica il Signore passa ancora tra noi e noi gli gridiamo “Kyrie eleison”; egli risponde con la Parola e il Pane di Vita, perché diventiamo anche noi sempre più corpo Suo; la s. Messa è il grande momento educativo della carità e la fonte che la sostiene. Tuttavia, come conseguenza e per una migliore programmazione pastorale, cioè tale che meglio sostenga le persone e la comunità nel comandamento dell’amore al prossimo, risulta di prima importanza promuovere nelle comunità una cultura della chiamata e della scelta comunitaria di persone che sentano la responsabilità non soltanto di rispondere personalmente, ma anche di essere, con i presbiteri e i diaconi, animatori all’interno della comunità (ed anzitutto nel Consiglio Pastorale). Un servizio scelto e qualificato con e per la comunità non farà scomparire la giusta spontaneità, ma permette di organizzare meglio la pedagogia della carità, individuare le forme di povertà che ad altri sfuggono (e come cristiani siamo chiamati non soltanto a reagire alle richieste, ma ad andare verso chi è nel bisogno), permettere ai singoli ed alla comunità di meglio rispondere alle esigenze del Vangelo. In tal modo si può nutrire la “rivitalizzazione” del tessuto delle comunità cristiane come si espresse la CEI in Evangelizzazione e testimonianza della carità[2], e in questo sia per la sua esperienza che per il mandato ecclesiale la Caritas ha un ruolo unico, che non esclude altre “pratiche di carità”, ma le sostiene, evitando deviazioni e “concorrenze” tra chi fa il bene, e sviluppando invece la competizione a far meglio in unità. Non si tratta di distruggere o scoraggiare l’esistente, ma portarlo a quella comunione che è efficacia e testimonianza di un essere famiglia, proponendo al cristiano non soltanto la solidarietà, ma che giunga alla carità.
Tale prospettiva ha portato a uno sviluppo dell’educazione alla carità nei percorsi catechistici, superando un approccio precedente puramente nozionistico dell’iniziazione cristiana; in un certo numero di decanati vi sono già buone esperienze di coordinamento attorno alla Caritas locale; in alcuni ci sono Centri di ascolto delle povertà; in sette decanati sono stati organizzati e apprezzati altrettanti percorsi formativi per educatori della carità, che vogliono essere scuole di formazione alla diaconia della carità, ecc. Numerose le ricadute di questa esperienza soprattutto in termini di consapevolezze e competenze acquisite oltre all’interesse a costruire una visione della carità superiore a quella meramente assistenzialistica: non che questa sia da emarginare, ma da integrare!
A livello di Parrocchie, di Unità pastorali (anche quelle di fatto) e di Decanati si propone che nel Biennio venga svolto un lavoro su almeno uno dei seguenti aspetti:
· operare una verifica sulla pastorale della carità (a livello di parrocchia e di decanato), vista in primo luogo come animazione della comunità;
· progettare e avviare - anche con l’aiuto della Caritas diocesana - un percorso formativo in ordine all’individuazione e al “mandato” di educatori più qualificati alla carità sul proprio territorio;
· estendere ad altri decanati i percorsi formativi già realizzati in sette, con l’intento di formare persone che nei Consigli pastorali e nelle comunità siano particolarmente attente alla dimensione “carità”, così come altri lo sono per l’annuncio e la liturgia. Si potrà avere anche una forma di mandato, come per altre ministerialità, senza mai scaricare una dimensione ecclesiale, che tutta la comunità deve vivere, soltanto su alcuni, ma vedendoli come fratelli e sorelle che ne sono prima manifestazione e a servizio anzitutto della stessa comunità.
Lo scopo di un “mandato” (che comunque non deve mai essere indefinito nel tempo) sia per la liturgia, che per la catechesi e per la carità rientra nei percorsi auspicati perché si svolgano iniziative coerenti con le priorità individuate dalla Parrocchia e dalla pastorale decanale. In ogni caso, resta valido l’obiettivo che il Piano Pastorale già ha fissato, quello di una vera “Caritas” almeno per ogni decanato, nella sua dimensione di educazione, sensibilizzazione, coordinamento ed espressione prima della carità. Le Caritas Decanali cercheranno anche di suscitare conoscenza e collaborazione tra le “associazioni” locali di solidarietà.
La Caritas diocesana, come organismo pastorale, è a servizio della carità delle comunità parrocchiali e decanali, e a tal fine in questo biennio, accanto a un lavoro “ordinario” che prosegue, offre:
· di organizzare percorsi formativi di base volti a sostenere i decanati per animatori della carità, a partire dai decanati già interessati da proposte formative di tipo pastorale (es. scuole decanali di formazione) e da quelli già contattati in merito all’animazione della carità;
· di collaborare per far sorgere in alcune Unità Pastorali dei “laboratori”, nei quali ripensare il servizio degli educatori alla carità in una nuova forma pastorale di Chiesa locale;
· di mettere in atto una formazione permanente per gli animatori già in attività;
· di individuare alcuni referenti locali da coinvolgere anche nel Laboratorio diocesano per l’animazione della carità.
Raccogliendo le osservazioni emerse dai lavori dei gruppi nell’incontro congiunto dei consigli Pastorale Diocesano e Presbiterale con i Decani a Cadine del giugno 2006, segnalo gli ambiti di impegno che potrebbero essere scelti dagli educatori della carità in funzione della crescita delle rispettive comunità; tali ambiti rappresentano altrettante occasioni di lavoro di rete tra sensibilità e competenze diverse presenti nelle comunità e negli organismi di livello diocesano:
a) una testimonianza della comunità cristiana relativamente a stili di vita diversi e innovativi rispetto a quelli costantemente proposti da altre fonti della nostra società;
b) una rinnovata attenzione alle povertà delle famiglie, con particolare riferimento al disagio vissuto in casa, e ai “nuovi residenti” italiani e stranieri, che risultano cittadini e credenti spesso invisibili alle comunità in cui risiedono;
c) la sensibilizzazione e l’educazione delle comunità in vista dell’accoglienza, del dialogo e dell’integrazione con immigrati, cercando di superare il ristretto ambito dell’aiuto materiale e della solidarietà spicciola;
d) dare continuità e maggiore dignità (attraverso una più larga condivisione della proposta da parte delle parrocchie e dei gruppi giovanili) alle attività di coinvolgimento dei giovani in esperienze di servizio e di solidarietà facendola divenire parte integrante del percorso educativo del mondo giovanile (ragazzi/adolescenti/giovani) che si incontra tramite la pastorale ordinaria. Si studieranno inoltre attività nuove (ad esempio, un concorso, che sarà lanciato tra pochi giorni, sull’Enciclica Deus Caritas Est) per coinvolgere tutti i giovani sulle tematiche della carità, del servizio, della solidarietà. Su questo modello altre iniziative locali potranno essere promosse localmente e la capacità inventiva dei pastori e dei giovani potrà indicare forme di coinvolgimento e di crescita per adolescenti, giovani ed adulti.
Verso la fine del suo discorso a Verona il papa disse: “Ora, consacrati dalla sua “unzione”, andate! Portate il lieto annunzio ai poveri, fasciate le piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate l’anno di misericordia del Signore (cfr Is 61,1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli antichi ruderi, restaurate le case desolate (cfr Is 61,4). Sono tante le situazione difficili che attendono un intervento risolutore. Portate nel mondo la speranza di Dio, che è il Cristo Signore, il quale è risorto dai morti e vive e regna nei secoli dei secoli”.
B. AMBITI IN CUI PROSEGUIRE UN IMPEGNO DEL PRIMO BIENNIO
I. In genere
L’accoglienza e l’accompagnamento delle famiglie che chiedono alla Chiesa il cammino di Iniziazione cristiana e la celebrazione dei Sacramenti per i figli (cfr Servizio 2.1 del Progetto biennale 2004-06) ha favorito in diverse parrocchie della Diocesi la realizzazione di nuove esperienze di coinvolgimento dei genitori nel cammino di fede dei figli, sia nell’accompagnamento al Battesimo (con il diffondersi di catechisti battesimali), sia per i ragazzi con varie modalità di catechesi “familiare”. Ma un impatto si è avuto anche tra gli adulti (anzitutto i genitori) quali primi protagonisti coinvolti in un cammino di riscoperta della fede o ri-iniziazione cristiana con lo scopo di abilitarli alla testimonianza di fede nella famiglia, nella Chiesa, nella società.
I risultati ottenuti in senso di servizio sono senz’altro positivi, ma vanno ancora sostenuti, diffusi e talvolta anche riequilibrati. Queste esperienze, infatti, attraverso uno specifico percorso di discernimento[3], e il confronto con il Progetto catechistico italiano[4], ci permettono di migliorare l’intero processo di Iniziazione Cristiana sulla base di alcuni punti di riferimento per arrivare progressivamente a un nuovo e condiviso progetto catechistico diocesano.
Alcuni punti di riferimento appaiono già chiari:
Raccogliendo esperienze diverse, vagliandole e purificandole, si spera di giungere a una rinnovato “itinerario” diocesano di catechesi di iniziazione cristiana, ma senza sconvolgere un processo in corso, per cui è necessario proseguire nella formazione degli Operatori, ed anzitutto dei Genitori, Catechisti e Giovani che partecipano al cammino catechistico dei ragazzi.
Inoltre, ringraziando il Signore, si riscontrano domande anche di adulti al battesimo, come avviene ormai in parecchie diocesi italiane. Al riguardo raccomando di consultarsi con l’Ufficio Diocesano di Catechesi e informare in tempo il Vescovo, secondo quanto previsto. La proposta cristiana è un dono che si offre a quanti possiamo avvicinare.
Per attivare i vari servizi si favorisca il coinvolgimento di una pluralità di Operatori (Cpp o Cpd, Parroco, Catechisti, Animatori Genitori, Padrini, Giovani), sia a livello di progettazione, sia per la realizzazione di Progetti e Itinerari catechistici.
Altra necessità che emerge è quella di favorire scambi di riflessione e corsi di formazione nel Decanato (o almeno tra Parrocchie vicine), ed avere una linea comune tra le parrocchie del Decanato.
II. Pastorale battesimale
Nel biennio appena trascorso 2004-2006 è maturata diffusamente nella nostra comunità diocesana la consapevolezza che la richiesta del Battesimo per i figli da parte di molte famiglie è una grande ricchezza che il contesto attuale ci consegna, offrendo una opportunità significativa di annuncio del Vangelo. Ciò ha portato ad investire energie in questo ambito pastorale, con l’attivazione di percorsi specifici di formazione per animatori laici (catechisti battesimali) e con l’avvio di alcune concrete esperienze di accompagnamento dei genitori.
La riflessione su quanto realizzato motiva un atteggiamento di gratitudine e di speranza: possiamo vedere una Chiesa che non rimane chiusa in se stessa ma che va ad incontrare anche le persone che non appartengono al ristretto cerchio della comunità eucaristica, offrendo un volto rinnovato di comunione e di integrazione tra diverse ministerialità e valorizzando in particolare il ruolo dei laici. Al punto che si potrebbe dire che la pastorale battesimale, così come è andata delineandosi, offre indicazioni paradigmatiche su come è opportuno che si muova la pastorale complessiva del futuro.
1. La pastorale battesimale coinvolge soggetti e ministerialità diversi (il parroco e animatori laici, meglio se coppie di sposi, i genitori e parenti);
2. La pastorale battesimale ha un taglio evangelizzante: valorizza l’esperienza di vita della famiglia e la illumina con la proposta essenziale del Vangelo. Ciò implica che gli animatori sappiano mettersi in ascolto autentico dei vissuti e al tempo stesso abbiano individuato e sappiano trasmettere l’essenza del messaggio cristiano (eu-anghelion: la lieta notizia).
3. La pastorale battesimale, prima tappa dell’unico itinerario di iniziazione alla vita cristiana, non è finalizzata alla preparazione di un “rito” ma ad introdurre alla vita in Cristo e nella Chiesa. Non può quindi ritenersi conclusa con la celebrazione del sacramento, ma deve valorizzare il Battesimo celebrato come dono per la crescita nella fede del bambino e dei suoi genitori, facendo il possibile per accompagnare queste famiglie nel tempo del post-Battesimo.
Le comunità si dedichino con fiducia a questo ambito, per molti aspetti nuovo, collaborando preferibilmente tra loro in reti sovraparrocchiali o decanali. È opportuno che “catechisti battesimali” siano presenti in ogni Decanato, per esserlo in futuro in tutte le parrocchie.
Il Gruppo diocesano per la Pastorale Battesimale - espressione dell’Ufficio Catechistico e del Centro Pastorale della Famiglia – è disponibile a fornire consulenze su progetti, le linee operative, le fasi da prevedere, ecc, e curerà la formazione degli animatori sia attraverso “corsi” di livello diocesano, sia attraverso “laboratori” attivati nelle specifiche realtà territoriali.
Si tratta di un obiettivo che consente di promuovere maggiormente la comunione e la sinergia tra parrocchie di uno stesso decanato o, in altri termini forse più familiari, la loro pastorale d’insieme; diffusa è la percezione che questo aspetto influisca sull’impegno pastorale e i suoi contenuti che ci stanno a cuore: si tratta cioè di trovare un modo sostenibile di esercizio della cura e dell’azione pastorale, come il Piano pastorale diocesano aveva già indicato.[5]
Le decisioni in ordine al ripensamento della comunità cristiana sul territorio trentino è un’urgenza che non permette di dilazionare le risposte, da ricercare insieme tra comunità decanali, l’Arcivescovo, i Consigli e gli Organismi diocesani, che hanno il compito dell’accompagnamento, del confronto, del sostegno e della decisione finale e formale.
Qui di seguito - frutto di una riflessione sviluppata nel biennio trascorso - indico alcuni punti di riferimento che paiono utili per progredire nella pastorale d’insieme e una “riscrittura pastorale” del territorio.
1. Nel futuro i poli più importanti della vita pastorale saranno sempre più il Decanato e le Unità Pastorali (UP). Il Decanato (di fatto, più che la “Zona pastorale”) è il “luogo” di collegamento e mediazione con la Chiesa diocesana, di comunione e coordinamento tra i soggetti a vario titolo responsabili (presbiteri, diaconi, religiosi, laici) dell’azione pastorale in loco, ed anzitutto di condivisione e progettazione pastorale tra presbiteri; anche la loro formazione “permanente” trova vantaggio nella comunione “decanale”. Il decanato ha poi il compito di valorizzare le proposte pastorali diocesane, di adattarle alla situazione locale e di realizzarle; è soprattutto luogo di progettazione pastorale unitaria a beneficio delle UP e delle Parrocchie. Nel biennio va decisamente superato ogni campanilismo di paese, e l’invito è rivolto sia ai laici che ai presbiteri.
2. La parrocchia è da secoli la forma più adeguata di prima comunità cristiana, quantunque la mobilità odierna ponga la necessità di una pastorale “trasversale”. Altrove, poi, sono opportune le “comunità di base”, ma nella nostra diocesi c’è già un frazionamento elevato in parrocchie piccole (non di antica data). Ora, riconosciamo una comunità cristiana non solo lì dove si celebra l’Eucaristia con regolarità, ma dove l’agire pastorale si articola effettivamente - partendo dai “tria munera Christi”- in: annuncio, liturgia, carità. Se l’agire pastorale, articolato nei tre ambiti e non solo centrato sulla presenza di un edificio sacro, è la causa efficiente e formale della comunità cristiana, allora possiamo pensare (nel nostro Trentino con l’ampio frazionamento) alla comunità cristiana come formata in verità da più parrocchie. È una riflessione ecclesiologica che deve far progredire la comunione inter-parrocchiale.
3. L’Unità Pastorale (nuova forma di comunità cristiana) è il fulcro del ripensare la “cura pastorale” sul territorio. Ricordo quanto afferma la scheda n. 5 del Piano Pastorale diocesano 2003/2008:
L’Unità pastorale è un nuovo soggetto pastorale, riconosciuto nel progetto pastorale diocesano, che fa riferimento ad un’area territoriale che ha caratteri di omogeneità, nella quale sono presenti più parrocchie impegnate in modo unitario e organico in una azione pastorale espressa con ministerialità diverse, con la guida di uno o più presbiteri, al fine di un’efficace azione missionaria nel territorio e di risposta ai suoi problemi.
4. I motivi della revisione delle comunità cristiane sul territorio non sono solo riducibili al fatto del calo del numero dei presbiteri (anche se questo è un fenomeno evidente e ogni anno si fa più eclatante e grave): è un nuovo volto di Chiesa ricco di ministerialità diverse e capace di efficace azione missionaria sul territorio: gli obiettivi pastorali debbono trovare unità attorno al compito di ridire con vivacità il Vangelo nel territorio trentino.
5. L’Eucaristia è il cuore della vita della comunità cristiana, anche nel caso che nelle singole parrocchie dei nuovi raggruppamenti pastorali il Giorno del Signore non potesse sempre dar luogo alla celebrazione eucaristica.
Nel biennio si aprono occasioni importanti per le diverse comunità cristiane in ordine a sviluppi da attuarsi per una pastorale d’insieme, tenendo conto di punti di partenza e di obiettivi differenziati, ad esempio:
- parrocchie vicine che avviano collaborazioni più organiche su un certo ambito pastorale;
- raggruppamenti di parrocchie che approfondiscono la pastorale d’insieme attraverso specifici progetti pastorali e possibilmente giungere a un riconoscimento formale della Unità Pastorale;
- UP formalmente costituite che allargano la ministerialità laicale, ne precisano i ruoli in funzione della missione e curano il buon funzionamento degli organismi di corresponsabilità.
Ognuno è chiamato non soltanto a guardare al presente, ma anche al futuro, con spirito di amore alla Chiesa locale tutta intera e alla gente, in modo che sia più viva la partecipazione al regno di Dio, con una passione altruistica e un sano realismo cristiano.
Il ripensamento e il rafforzamento della pastorale d’insieme vanno promossi con urgenza e decisione, anche se prevedono alcune tappe che è utile abbiano i seguenti caratteri distintivi:
- sufficientemente ‘sinodali’ e partecipati a livello decanale, così da provocare un progressivo rapido cambiamento di mentalità, piuttosto che trovarsi poi sprovvisti e nella necessità di dover con-vivere ma non vivere in comunione… “synodos” infatti significa camminare insieme, non fermarsi a alla sola riflessione teorica o restare in attesa;
- che permetta un va-e-vieni costante tra responsabili diocesani e responsabili locali, piuttosto che dover costringere i primi a imporre delle decisioni ineluttabili di fronte alla situazione creatasi;
- che permetta di sperimentare realmente e subito la nuova realtà che la pastorale d’insieme sta costruendo.
L’Ufficio diocesano di Coordinamento pastorale - con i gruppi di lavoro dei quali di volta in volta intende avvalersi - rappresenta un punto di riferimento e un luogo di sostegno e dialogo per le comunità cristiane che si muovono verso un nuovo volto di Chiesa sul territorio.
“La verità del Vangelo e la fiducia nel Signore illuminino e sostengano il cammino che riprendiamo da Verona con più forte gioia e gratitudine, per essere testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. Così termina il messaggio del Convegno ecclesiale alle Chiese particolari in Italia e analogicamente lo dico per tutte le nostre comunità parrocchiali all’inizio di un nuovo biennio di impegno pastorale.
Anche la nostra Chiesa particolare sente i suoi limiti e tutti ne siamo corresponsabili; tuttavia vi sono tante belle realtà, e piuttosto che fermarci a lamentare quanto non c’è, quanto non è riuscito, quanto è andato smarrito, vediamo di potenziare anzitutto quanto di positivo già esiste. Del resto, pure nel biennio passato si sono realizzati passi importanti, senza sconvolgere la pastorale ordinaria. La coscienza della povertà spirituale corrisponde all’atteggiamento cristiano con cui iniziamo la santa Messa: non è di scoraggiamento, ma di affidamento alla Provvidenza di Dio, che domanda a noi di fare la nostra piccola parte ma riserva a Sé d’assicurarne la fecondità.
Ecco perché, mentre guardiamo avanti con fiducia, sentiamo il dovere di una costante preghiera e di un riferimento continuo alla Parola di Dio, studiata particolarmente nella lettura dei Vangeli, e siamo riconoscenti al Signore per il dono immenso della Celebrazione eucaristica, dove egli risorto diventa cibo per noi, fonte della nostra comunione.
Talora possiamo anche sentirci stanchi e forse tentati di sfiducia o impari davanti ai compiti che la nuova evangelizzazione prospetta; questa tentazione non esenta neanche i più generosi nella comunità, ai quali va la riconoscenza dei fedeli. Tuttavia, l’amore al bene della nostra gente, quello che abbiamo scoperto in Cristo e che ci ha coinvolti “divinizzando” anzitutto noi stessi, fa sì che non possiamo tirarci indietro. Di una tale dedizione ho trovato molti esempi, anzitutto tra i parroci, i consacrati e i consiglieri parrocchiali nella varie Visite Pastorali e incontri molteplici.
Soltanto la consapevolezza di essere oggetto di un amore infinito può darci lo slancio dell’apostolo Paolo che scriveva: “Per me il vivere è Cristo, e il morire un guadagno” (Fil. 1,21) e la generosità di san Pietro che affermava : “Signore, tu sai che ti amo” (Gv 21,15.17). Spesso anche noi dobbiamo ricordare la parola degli Apostoli, che ci hanno insegnato che Dio Padre “ci ha amati per primo” (1Gv 4,10.19) e che Cristo ha dato la sua vita per noi (cfr Gal 2,20). Allora sapremo superare anche le esitazioni che un imprenditore avrebbe; riconoscere che lo stesso Signore è con noi, mantenere freschezza ed autenticità, intraprendenza e inventiva per rispondere, in quanto sta in noi, ai bisogni dei tempi, con la serenità che la vittoria di Cristo sulla morte infonde nel cuore.
Anche noi ci interroghiamo “Che cosa dobbiamo fare?” (cfr. Lc 3,10) di fronte alle molte sfide che quasi sembrano prenderci d’assalto. Non raccomando di far tutto e subito, ma di camminare con speranza e positivamente, avendo attenzione anche a verificare insieme i passi, per trovare le piste più opportune di lavoro, in spirito di servizio, e soprattutto non perdere l’ottimismo: non perché pensiamo che vi sia qualche soluzione facile, una formula quasi magica, che possa dissipare tutti i problemi, ma perché ci fidiamo di una Persona, uomo-Dio, e sulla certezza che essa ci infonde: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). “Avvicinandovi a Lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta a preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo” (1Pt 2,4-5).
La Vergine Maria, che in questi anni del centenario della Chiesa dedicata a Trento a Lei come Immacolata (2006-2009), non mancherà di accompagnarci per chiedere il dono dello Spirito Santo, come fece nel Cenacolo con la prima comunità dei discepoli del Signore.
Trento, 28 ottobre 2006.
Festa dei Santi Apostoli Simone e Giuda + Luigi Bressan
Arcivescovo di Trento
SOMMARIO
Introduzione
Prima parte: Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo
Seconda parte: Gli ambiti prioritari di intervento
A. Ambiti di nuova attenzione per il biennio
1. Gli adolescenti e il Vangelo: le comunità cristiane si interrogano
2. Scegliere e formare educatori della carità
B. Ambiti in cui proseguire un impegno del primo biennio
1. Iniziazione cristiana con la famiglia
2. Le comunità ripensano la pastorale d’insieme nel proprio territorio
Conclusione
[1] Passaggio riportato nel Piano pastorale diocesano 2003-2008, a pag. 48-49.
[2] “L’evangelizzazione e la testimonianza della carità esigono oggi, come primo passo da compiere, la crescita di una comunità cristiana che manifesti in se stessa, con la vita e con le opere, il vangelo della carità. E’ vero, infatti, che sentiamo urgente rivitalizzare il tessuto sociale del nostro paese, con lo sguardo rivolto a tutta l’umanità: ma ciò ha come condizione che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali” (n. 26).
[3] Cfr relazione a cura del Gruppo pastorale di lettura delle esperienze di catechesi, “Discernimento delle esperienze di Iniziazione cristiana nella diocesi di Trento: prima rielaborazione dei materiali offerti dalle parrocchie coinvolti nelle sperimentazioni”, Trento-Seminario 27 aprile 2006.
[4] “Per Iniziazione cristiana si intende l’Itinerario pasquale, graduale, scandito in Tappe successive, attraverso il quale si diventa cristiani. Esso è scandito dall’ascolto della Parola, dalla celebrazione e dalla testimonianza affinché il credente compia un apprendistato globale della vita cristiana e si impegni a una scelta di fede e a vivere come figlio di Dio, ed è assimilato, con il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, al Mistero pasquale di Cristo nella Chiesa.” (Nota Ucn, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e ragazzi, 1991, n.7.)